La celebre casa d’aste Christie’s festeggia i 60 anni dal suo arrivo in Italia e insieme ad esso la nuova sede in via dei Condotti a Roma, lasciando la storica dimora in Piazza di Spagna che la ospitò al suo arrivo. La ricorrenza viene celebrata con una mostra di meraviglie del Novecento italiano e il pezzo più rappresentativo dell’arte contempo rea è senza dubbio l’ Achrome di Piero Manzoni del 1976. Un’opera “auto creata, autoriflessiva e senza colore” con onde candide di caolino che increspano la tela trasmettendo inquietudine. Tra i pezzi più importanti occorre menzionare: il Concetto spaziale di Mario Fontana, che l'artista donò direttamente all'attuale proprietario, un Boccioni figurativo con il ritratto e un’enigmatica Natura morta con tubino del geniale Scipione. In tutto 57 lotti, tra tele, sculture, gioielli, persino borse, tutti provenienti da collezione private e in parte anche mai visti. Un tour che partito da Roma, si sposterà a Torino e infine a Milano (dal 6 al 10 aprile a Palazzo Clerici) fino alla consueta asta di primavera che si batterà l'11 aprile nel capoluogo lombardo. «Con i nostri appuntamenti annuali, anche quello che ogni autunno si tiene a Londra, Christie's sta facendo conoscere e apprezzare al mercato anche autori che per tanti anni sono stati meno conosciuti all'estero» spiega Cristiano de Lorenzo, Managing director di Christie's Italia.
Attraverso una serie di immagini comparse sul web, alcune donne sono state ritratte mentre vengono schiaffeggiate con fiori diversi. Alcune di loro sono state vittime in prima persona di violenze ed hanno acconsentito a posare per inviare un messaggio a tutte le altre donne: non bisogna farti toccare #neppureconunfiore. L’opera è stata ideata dal fotografo, pubblicitario e artista italiano Ale Fruscella, residente a New York ed è stata esposta un una galleria di Chelsea, nella Grande Mela. Ovviamente nessuna modella ha subito maltrattamenti durante la realizzazione della campagna.
«Dignità del lavoro affinché i lavoratori non siano costretti a vivere in concorrenza gli uni con gli altri. I proventi della mafia vengono reinvestiti nell’amministrazione della cosa pubblica. Accettare ed incentivare il ribasso negli appalti pubblici significa aprire le porte all’illegalità». Sono state parole chiare e precise, come è nel suo stile, quelle pronunciate dal Segretario Generale della CGIL,Susanna Camusso, nella due giorni calabrese che l’ha vista protagonista, martedì 23 gennaio, nella splendida cornice del Protoconvento francescano di Castrovillari, in un Teatro Sybaris gremito in ogni ordine di posto. Le sue parole fanno da sintesi al tema del convegno “Lavoro è legalità” dove, forse per la prima volta la congiunzione diventa verbo al fine di affermare con convinzione un secco “No” ad ogni forma di criminalità e di intimidazione mafiosa, testimoniata dalla presenza forte e diretta di don Ennio Stamile, parroco di Cetraro e coordinatore regionale di Libera, l’associazione di don Ciotti che da anni si batte contro ogni forma di sopruso ed ingiustizia sociale. «Chi fa atti intimidatori è un vigliacco - urla con decisione don Ennio - Non ci fermeremo. Alzeremo la voce. Il cancro di questa terra si chiama ‘ndrangheta. Continueremo a denunciare e a sedere, al fianco della CGIL, nei processi che vedono la ‘ndrangheta come imputata». E un auspicio «Liberare chi libero non lo è. Chi non ha né santi in paradiso né diavoli in terra, chi non ha politici potenti ai quali rivolgersi, chi non ha raccomandazioni». Asserire che il lavoro genera legalità e viceversa è un’illusione, ha sottolineato la Camusso, rimarcando la sua posizione di netto rifiuto del caporalato, rivendicando la paternità della CGIL al raggiungimento della legge che mette fine al caporalato che, in terra calabra, è una piaga mai veramente rimarginata e sempre pronta a sanguinare nuovamente. L’unico, grande, strumento per combattere l’illegalità è «il divieto di intermediazione di manodopera con il ripristino di elenchi presso le amministrazioni comunali che toglie qualsiasi alibi alle imprese perché avviene nella più completa trasparenza». «La CGIL - ha aggiunto la Camusso- non può essere il supplente dello Stato quando questi non c’è». Sulla piaga del lavoro - in Calabria si registra il 23% di disoccupazione giovanile, il 38 % di NEET e un economia sommersa del 21% - il segretario si è espresso senza mezzi termini «Un lavoratore in nero è un lavoratore ricattato. Basta ai contratti pirata fatti da imprenditori compiacenti e da sindacati che nascono e muoiono nel giro di poco tempo». E poi un appello alla politica «Non candidate chi ha condanne, sub iudice e comportamenti non legali». Parole, quelle della Camusso, che trovano eco in quelle di Giuseppe Guido, Segretario Generale della CGIL comprensoriale«La mafia fa proseliti toccando le corde deboli della società. Il lavoro relega in un angolo la ‘ndrangheta. Non saremo il bacino di voti di nessuno, ma bacino di idee messe a disposizione di quanti vorranno usufruirne come volano di sviluppo del nostro territorio» e poi l’affondo «Diremo No al Jobs Act. No ai perenni tirocini» puntando «ad un’offerta scolastica di qualità, al miglioramento del trasporto pubblico locale, ad un distretto agricolo d’eccellenza e ad un potenziamento viario». Rimarca Guido «La S.S 106 Sibari-Roseto deve essere completata» e su questo punto coglie l’appoggio totale del sindaco di Roseto Capo Spulico, Rosanna Mazzi che definisce la strada statale «una vergogna italiana colpa di un balletto surreale tra Ministero dei Beni Culturali e Ministero dell’Ambiente». Posizioni suffragate dagli interventi di Angelo Sposato, Segretario Generale CGIL Calabria, dal Presidente del Parco Nazionale del Pollino, Domenico Pappaterra, dal relatore Francesco Spingola e dalle testimonianzedelle tre lavoratrici: Rosaria Aiello, Carolina Luzzi e Carmela Errico. In apertura i saluti del vicesindaco di Castrovillari, Francesca Dorato che ha rimarcato l’importanza «della conoscenza del territorio. Solo conoscendolo si comprende la quantità del problema». Amara ma realistica la sintesi tratteggiata dalla Camusso che non manca di scoccare una freccia all’indirizzo del governo regionale, reo di non avere «un orizzonte verso il quale andare. La Calabria ha bisogno di un sogno e di un avvenire al quale guardare».
Lunedì, 09 Ottobre 2017 18:13

Nsonkali scrive ai principi William e Harry

Charles Nsonkali ha scritto ai Principi William e Harry chiedendo loro di intervenire con urgenza per fermare le terribili atrocità commesse dall’industria della conservazione contro i Baka del Camerun. Charles è Program Supervisor di Okani, un’organizzazione indigena della regione orientale del Camerun. Secondo Charles, le guardie forestali che pattugliano le aree protette dell’Africa centrale “torturano i Baka e rendono la loro vita un inferno. Costringono i Baka a spogliarsi e li picchiano, li umiliano, li costringono a gattonare a quattro zampe, e distruggono i loro accampamenti e i loro beni.” Oltre a descrivere le violenze subite dalle comunità baka, la lettera denuncia l’esclusione deliberata – e controproducente – dei popoli indigeni dalla conservazione, nonostante essi conoscano il loro ambiente e la sua fauna meglio di chiunque altro. «I conservazionisti sembrano pensare che solo gli esterni vogliano prendersi cura della natura, e che siano gli unici a farlo efficacemente, ma per me questo non ha senso…” scrive Charles. “Chi può volersi prendere cura della natura più delle persone che la chiamano casa e che dipendono da essa per la propria sopravvivenza? Chi può sapere come prendersene cura meglio di chi ha camminato nella foresta ogni giorno della sua vita e che ne conosce ogni pianta, ogni albero, ogni creatura? Dovete lavorare con queste persone, non contro di loro!»
Domenica, 20 Agosto 2017 18:05

Finlandia. Paura di attacco terroristico

Dopo Barcellona e la Spagna il terrore colpisce anche la Finlandia dove diverse persone sono state colpite a coltellate in un attacco nella città di Turku, cittadina del sud-est del paese da 170 mila abitanti. Il bilancio è di due morti e 8 feriti, tra cui l'italiana Luisa Biancucci, ricercatrica di 30 anni, ferita a una spalla. La donna è ricoverata in ospedale e l'unità di crisi del Ministero degli Esteri e l'ambasciata italiana a Helsinki si sono immediatamente attivate per ogni cura e assistenza. Tra i feriti anche due svedesi mentre le due vittime sono due finlandesi: una donna di 67 e una ragazzina di 15. La polizia finlandese ritiene che l'accoltellamento sia un atto di terrorismo. Il sospetto assalitore, rimasto ferito alla gamba dalla polizia, è un 18enne marocchino che puntava a colpire le donne. Intanto la polizia ha riferito che le quattro persone arrestate durante un blitz sono cittadini marocchini. L'aggressore si era visto respinto la richiesta di asilo, secondo fonti di polizia citatate dalla tv Mtv. Il giovane è arrivato nel Paese lo scorso anno e viveva in un centro accoglienza. Ora è ricoverato in gravi condizioni Paura a Turku - L'uomo, armato di un grande coltello, ha assaltato la folla nella zona centrale di Puutori e piazza del Mercato. "Colpiva alla cieca", ha raccontato un testimone ai media locali. La polizia è intervenuta e gli ha sparato a una coscia, bloccando la folle scia di sangue. L'uomo è stato arrestato dalle forze dell'ordine ma le sue generalità non sono note. "All'apparenza sembra straniero - ha detto la ministra dell'Interno Paula Risikko - ma sono in corso verifiche sui registri". La polizia finlandese ha arrestato la scorsa notte a Turku cinque persone sospettate di essere collegati all'accoltellatore. L'assalitore, che ora è ricoverato in ospedale dove la polizia non lo ha ancora interrogato, aveva accoltellato anche altre otto persone, prima di essere 'neutralizzato'.
Sono 29 le organizzazioni indigene da tutto il Sud America che si sono incontrate in Brasile per criticare i governi che non hanno saputo proteggere le vite e le terre delle tribù incontattate – una situazione che, dicono, equivale a un genocidio. I rappresentanti delle tribù di Brasile, Colombia, Paraguay e Venezuela hanno partecipato a una grande conferenza ospitata dall’organizzazione brasiliana CTI all'interno della quale è stata condannata “la crescita esponenziale” della violenza contro i popoli indigeni di tutto il continente e ha descritto la mancata protezione adeguata dei territori dei popoli indigeni incontattati come un genocidio. Il Brasile è stato recentemente al centro delle critiche per i tagli all’agenzia degli affari indigeni, il FUNAI. Questi tagli, particolarmente quelli che riguardano le squadre di agenti che proteggono i territori degli indigeni incontattati, lasciano le tribù pericolosamente esposte alla violenza degli esterni e a malattie come l’influenza e il morbillo verso cui non hanno difese immunitarie. Il paese si distingue per aver ricevuto due condanne penali per genocidio: entrambe per crimini contro i popoli indigeni. La convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite è stata firmata 69 anni fa, nel dicembre 1948.
Si è spento all’età di 56 anni Iawì, uno degli ultimi membri della tribù degli Avá Canoeiro. Con la sua morte la tribù, a rischio estinzione, conta un nucleo familiare di otto persone. Iawí era stato contattato dal Dipartimento agli Affari Indiani del Brasile (FUNAI) nel 1983, quando la costruzione di una grande diga idroelettrica avrebbe dovuto inondare il rifugio degli indigeni, nelle colline della Serra de Mesa. Il piccolo gruppo era sopravvissuto a un massacro avvenuto nel 1962, e per vent’anni aveva cercato rifugio nelle grotte più nascoste, in alto, tra le montagne. Incredibilmente, questo gruppo di Avá Canoeiro vive a sole quattro ore di macchina dalla capitale Brasilia. Di notte scendevano per saccheggiare gli orti dei coloni alla ricerca di cibo. Altrimenti sopravvivevano cacciando piccoli mammiferi come topi e pipistrelli. A causa di questa esistenza precaria, per lungo tempo le donne non sono riuscite a procreare. Gli Avá Canoeiro sono gli ultimi superstiti di una tribù forte e orgogliosa che ha vissuto in fuga sin dal 1780. Per decenni hanno resistito con forza ai colonialisti bianchi che li cacciavano sistematicamente, mentre sempre più terre indigene venivano rubate.
Lunedì, 05 Giugno 2017 17:40

Bangladesh. In fiamme le case degli Jumma

Sono 250 le abitazioni degli Jumma, gli abitanti indigeni delle Colline Chittagong in Bangladesh, rase al suolo dal fuoco appiccato dai coloni bengalesi. Secondo quanto riportato da alcuni testimoni oculari, l’esercito e la polizia sono rimasti a guardare e non sono intervenuti quando i coloni, che protestavano contro la morte del signor Nayon, si sono scatenati, dando fuoco alle case degli Jumma e ai negozi in tre diversi villaggi. Il governo del Bangladesh ha trasferito i coloni bengalesi sulle terre degli Jumma per più di 60 anni. Gli Jumma sono passati dall’essere praticamente i soli abitanti delle Hill Tracts a essere, oggi, in netta minoranza rispetto ai coloni.
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