Domenica, 10 Febbraio 2019 11:29

L’importanza del profumo dei libri

I booklovers lo sanno bene. Il profumo dei libri è qualcosa di inebriante, che crea dipendenza. Entrare in una libreria ed annusare centinaia di volumi disposti negli scaffali ed incolonnati per autore, casa editrice, anno di pubblicazione: è una medicina per l’anima. I libri, vecchi e nuovi, emanano una varietà di profumazione, frutto dei composti - tra cui la lignina che aiuta le fibre di cellulosa a concatenarsi insieme e anche responsabile dell’ingiallimento e del percorso finale dell’ossidazione e della degradazione del volume - con i quali vengono realizzati e che, nel corso del tempo, si volatilizzano, conferendo loro quella tipica fragranza: il classico profumo dei libri. Tuttavia, l’aroma dei libri è diverso. Per un’enciclopedia è necessario l’utilizzo di una carta specifica e una lavorazione tale da mantenerne nel tempo la stabilità e la consistenza; mentre, per una pubblicazione che avrà una vita più breve, vengono utilizzati composti con una minore concentrazione. Oggi vengono utilizzati procedimenti chimici per abbattere l’uso di lignina, amalgamando la cellulosa con le fibre di cotone naturale sottoposto ad idrolisi e ad altre lavorazioni al fine di fornirci un prodotto di alta qualità resistente nel tempo.
Fedele Temperini è il nome del soldato che salvò la vita ad un giovanissimo Ernest Hemingway, durante la I Guerra Mondiale. La trincea sull’argine del Piave, a Fossalta, dove il giovane della Croce Rossa si era recato per portare cioccolato e sigarette ai combattenti e per raccogliere cronache di guerra, venne colpita nella notte dell’8 luglio 1918 da un colpo di mortaio partito dalle linee austriache che dilaniò il corpo di un giovane militare che si trovava di fronte al giornalista, facendogli da scudo. Tuttavia, Ernest rimase gravemente ferito. Condotto nell’ospedale da campo e scongiurata la sventurata ipotesi del taglio della gamba, causa cancrena, Hemingway guarì e trasferì tutta la sua avventura in quel piccolo cimelio che è “Addio alle Armi”. Secondo il biografo James McGrath Morris, Fedele Temperini era originario di Montalcino e mai identificato prima d’ora. Lo stesso Hemingway non lo cita nel suo romanzo semi autobiografico forse perché, probabilmente, egli stesso non ne conosceva le generalità. In un libro uscito nel 2017, «The Ambulance Drivers: Hemingway, Dos Passos, and a Friendship Made and Lost in War», McGrath Morris ha raccontato l’esperienza e l’amicizia dei due giovani americani guidatori di ambulanze (e futuri scrittori) durante la Grande Guerra. In fondo al libro, ricorda il biografo, «avevo trascritto i nomi dei 18 soldati italiani che secondo i documenti ufficiali erano morti in battaglia nella notte in cui Hemingway fu ferito». Da quei diciotto nomi, «con l’aiuto dello storico Marino Perissinotto, siamo riusciti a individuare quello del giovane soldato che salvò la vita a Hemingway». Identificando i luoghi dove erano dislocati i reparti dei 18 soldati, la caccia si restringe a tre che sono caduti in quell’area l’8 luglio. Due appartenevano al 152° Reggimento di Fanteria della Brigata Sassari, che però si trovava a qualche distanza dal Piave. Il terzo invece era del 69° Reggimento della Brigata Ancona, che stazionava proprio sulla prima linea, a Fossalta, «nella zona dove si registrarono i combattimenti più duri». È questo terzo soldato caduto «il salvatore» di Hemingway, secondo la ricostruzione di McGrath Morris e Pessinotto: i registri dell’esercito riportano il nome di Fedele Temperini, di Montalcino, in Toscana. Aveva 26 anni, Fedele, uno dei 600 mila ragazzi che morirono facendo muro all’avanzata austriaca sulla linea del Piave. Il sacrificio di questo valoroso soldato ci ha permesso, oggi, di godere dei lavori di un appassionato cronista e di un pregevole scrittore come Hemingway, afflitto da una turbolenza interiore che lo spinse a viaggiare di continuo senza mai trovare pace, salvo che nella scrittura. Un uomo forte ma al contempo fragile. Ricco di contraddizioni e zone d’ombra, proprio quelle ombre che lo spinsero, un mattino del 2 luglio 1961, a togliersi la vita sparandosi un colpo di fucile.
“1984” il celebre romanzo di George Orwell e pietra miliare della letteratura distopica del Novecento compie 70 anni. All’indomani della fine della II Guerra Mondiale, il globo ci appare diviso in tre grandi continenti: Oceania, guidato dal Grande Fratello che ha le sembianze di Hitler e Stalin, l’Eurasia e l’Estasia. Tutti in guerra tra di loro e possessori della bomba atomica. In Oceania vi è un dissidente, Emmanuel Goldstein, identificabile nel russo oppositore Trotzkij, che vorrebbe sovvertire il potere e rendere gli uomini e le donne che vivono nel terrore finalmente liberi. Ma nulla può contro la martellante ed ossessiva propaganda messa in campo dal Grande Fratello che costringe i suoi “sudditi” a vivere costantemente con la radio accesa che trasmette ininterrottamente messaggi di propaganda filo governativa atta ad alienare e rendere fuorviante ogni possibile sentimento di dissenso. Il GF assicura felicità, gioia, zero problemi e a poco a poco toglie alle persone un pezzetto sempre più grande di libertà. L’allegoria è facilmente intuibile. Orwell, da sempre contrario ad ogni forma di oppressione e dittatura, lancia in “1984” una fortissima invettiva contro i totalitarismi, che siano di destra o di sinistra. In entrambi i casi sono pericolosi e nocivi. Conducono le folle all’adorazione facendo leva su sentimenti bassi, quali il rancore, l’odio verso l’altro, il risentimento. E le coscienze possono essere plasmate solo attraverso la perdita del senso critico e della capacità di avere un proprio pensiero trainante. L’insidia maggiore, infatti, risiede nella cultura. Per questo in Oceania tutto è positivo, a partire dalla “neo lingua” e dal “bispensiero”. Non esistono termini o aggettivi negativi nel nuovo linguaggio creato dal Grande Fratello e tutto è all’apparenza impeccabile. Lo scenario apocalittico teorizzato da Orwell è oggi diventato una realtà. Il livellamento del lessico diventa sempre più facile, semplice, colloquiale e mira a creare una società senza guizzi, senza slanci e dunque facilmente manipolabile da questa entità suprema che è incarnata dal Grande Fratello in 1984, e nella rete, ai giorni nostri, che fagocita i nostri pensieri e ci rende sottomessi e “gestibili”, al pari delle marionette.
Nel corso della settimana di Cucina Italia e Cinese svoltasi al Cairo, l’università di Salerno si è fatta promotrice principale dell’evento, evidenziando la strategica iniziativa commerciale della “Nuova Via della Seta” ed eleggendo il raviolo a denominatore comune delle due realtà culinarie. Lo chef Pietro Parisi, vesuviano doc e definitosi “cuoco contadino”, è tra i cinque cuochi italiani a lavorare in un ristorante panoramico sul Nilo. Nel corso delle serate del 27 e del 28 gennaio ha proposto un menu italiano con un’isola cinese dedicata ai “Jiao Tzi”, nome che in cinesi significa appunto ravioli. Un’esperienza sensoriale e gustativa che unisce Yin e Yang, due emisferi in continua e perenne trasfigurazione che si compenetrano e lasciano un’orma l’uno nell’altro.
Lo chef brasiliano, figlio di oriundi palestinesi ed ex dj, mente creativa del ristorante stellato di San Paolo, il D.O.M., è stato inserito da TIME Magazine tra le 100 personalità più influenti al mondo. Da anni ricerca materie prime negli angoli più remoti dell’Amazzonia e crea nuove esperienze gastronomiche. Dal tucupi ai pesci come il tambaqui fino alle formiche amazzoniche: ogni più strana forma commestibile viene trasformata in un grande piatto. Atala si è formato girando l’Europa, Italia compresa, ed ha appreso le tecniche più raffinate della cucina moderna. Contemporaneamente ha avviato un percorso di collaborazione e sostenibilità con le popolazioni indigene che ha portato alla nascita dell’ATA Institute, mostrando come la ricerca di nuovi sapori vada di pari passo con la tutela e la salvaguardia dell’ambiente che ci circonda.
Giovedì, 10 Gennaio 2019 17:10

Il fumetto Tintin compie 90 anni

Il celebre giornalista ed esploratore Tintin, nato dalla matita del belga Hergé, compie oggi 90 anni. Ricorre, infatti, il 10 gennaio 1929 la pubblicazione della sua prima avventura - Tintin nel Paese dei Soviet – sul giornale “Le Petit Vingtième”. Un successo editoriale enorme per Bruxelles e per il Belgio che verrà ricordato con mostre e nuove vignette, tutt’ora amato ed apprezzato in tutto il mondo. Un successo che ha ispirato un grande merchandising: come ad esempio i pupazzi che lo raffigurano da solo o in compagnia del cagnolino Milou. Un personaggio ancora attuale per la sua sete di conoscenza e voglia di viaggiare che lo ha portato in mete esotiche o fantastiche, come quando passeggiò sulla Luna nel 1953, ben 16 anni prima dell’astronauta Neil Armstrong.
Mercoledì, 27 Febbraio 2019 16:56

Arrivano le figurine sulla storia dell’arte

Artonauti. Le figurine dell’arte saranno in edicola dal 15 marzo. L’iniziativa fa parte del progetto selezionato e finanziato dalla Fondazione Cariplo. Sessantaquattro storie, aneddoti, informazioni, indovinelli, curiosità ed immagini da attaccare per un viaggio nel mondo della storia dell’arte. Una scoperta della nostra storia, partendo dalla prima opera, ovvero i graffiti nelle grotte di Lascaux, per passare poi all’arte egizia, alla scultura greca, all’Impero romano, al Medioevo fino alle Avanguardie del Novecento. Protagonisti di quest’avventura due ragazzini accompagnati dal fedele cane Argo e attraverso loro scopriremo e riscopriremo nozioni e opere dimenticate. A breve invece dei calciatori potremmo iniziare a scambiarsi i doppioni di Michelangelo, Leonardo e Brunelleschi.
Martedì, 15 Gennaio 2019 16:32

Ercolano, il sito tra arte ed archeologia

Al via la nuova stagione del Parco archeologico di Ercolano con l’apertura stabile del Teatro antico. Mostre diffuse a macchia d’olio su tutto il territorio, archeo aperitivi e riscoperta dell’attività di restauro delle domus: questo e molto altro aspetta i visitatori che si lasceranno avvolgere da un’atmosfera che lega passato e presente. Nel corso del 2018 c’è stato un incremento delle visite con il 9% in più con ben 534.328 persone rispetto alle 490.030 del 2017. Un’azione sinergica quella portata avanti dagli enti del territorio, Parco Nazionale del Vesuvio, Fondazione Ente Ville Vesuviane, in collaborazione con le scuole al fine di valorizzare e divulgare la storia dei tesori del sito Unesco. Oltre alla mostra sui gioielli e monili degli antichi abitanti, “SplendOri”, aperta fino al 30 settembre, saranno allestite “L’ebanistica e l’arte dell’arredo ligneo” e “La civiltà del cibo e i piaceri della tavola nell’antica Ercolano”.
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