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Foibe... amare
Rubrica - I Ritorni
Sono molte le persone a cui è oscura la determinazione della parola “foiba” e a cui è ignota soprattutto la vicenda che si dipana intorno. La foiba è una profonda spaccatura del terreno, caratteristica della regione carsica.
E’ un’innocua ruga della Terra, come sono innocue quelle che il tempo disegna senza impedimenti sui volti umani; spontanea e sottile come le linee del destino, dell’amore e della vita che ci scorrono sulla mano, su cui non c’è il nostro futuro, ma solamente la nostra illusione.
Dove iniziano e dove finiscono le linee di chi divenne cieco dei giochi e dei giorni a venire nel modo più brutale possibile.
Anni 1943-1945, piena Seconda Guerra mondiale. Molti territori veneti perdono il loro attaccamento alla nazione italiana e, in un clima generale di mai conosciuta serenità, i grandi inghiottitoi carsici si trasformano in veri e propri contenitori di morte, dove vengono gettati oltre trentamila persone, molte delle quali in fin di vita, dopo aver subito le violenze e le sevizie della natura più disumana che esista.
La natura è più umana a tracciare confini con le sue alture e i suoi mari mai prosciugati, l’uomo è amorale perché scavalca sempre le libertà di esistenza altrui. In un modo o nell’altro l’ha sempre fatto dagli albori del tempo, a volte si è servito di un nome, altre volte di un altro, per narrare questo continuo vizio del sopruso.
Il genocidio ”foibe” è stato spesso trascurato poiché accaduto in concomitanza con eventi storici di altrettanto pesante valore storico e altrettanta drammaticità, dei quali è stato sicuramente una folle conseguenza.
Ma ci sono i nomi, quelli di chi è stato martire di quei giorni, da ricordare: Angelo Tarticchio, sacerdote percosso e gettato nel fossato completamente nudo e con una corona di spine sul capo, le sorelle Radecchi, riesumate con violenze e ferite da arma da fuoco lungo il corpo, Norma Cossetto, giovane studentessa, fatta prigioniera e violentata legata ad un tavolo dai suoi 17 carcerieri. A notte inoltrata, nella sua ultima agonia di morte, qualcuno la sentì chiamare ‘mamma!’
Il ricordo, in questa giornata di religioso silenzio, va a loro e a quanti la vita offrì il suo volto più indecoroso.
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