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Giovedì 24 Maggio 2012 00:00    Stampa
Dopo tante parole, a vent'anni di distanza ancora il silenzio
Rubrica - I Ritorni
In questi due giorni sono maturati i semi del dolore senza acqua buona e terreno fertile che li abbiano saputo nutrire. A Brindisi divampano indignazione e tragedia in un sabato mattina, dinanzi ad una scuola; la notte successiva, senza che ci sia nemmeno l’intervallo cronologico tra un dolore nazionale e un altro, in Emilia Romagna si registra una scossa di magnitudo 5.9, la più forte in quell’area dal 1300, le cui conseguenze sono ancora inattendibili.
Sono stati due giorni, un 19 e un 20 maggio, consecutivi di paura e sciagura, dove la mano cattiva dell’uomo e la furia cieca della natura si sono scontrate in luoghi e avvenimenti diversi per poi apparire, a mattine separate, sugli schermi e sui giornali pieni di parole, ma carichi di silenzio. Che la strage avvenuta a Brindisi sia stata la traccia di una criminalità organizzata o un gesto folle di un vivo che non è umano, questa è umile ipotesi. Arriva tanta confusione dall’insicurezza delle cause: una bomba troppo rudimentale per essere partita dalla Sacra Corona Unita,un attacco alla scuola, una cattiveria che ha sbagliato bersaglio o ha sbagliato ora. La confusione aumenta quando non ci sono risposte valide e tangibili. Non è mai abbastanza considerevole parlare di coincidenze in questi casi, eppure, quanta se ne scorge in tutta questa triste storia che, velatamente, sembra dirci che la storia si ripete, sempre e, talvolta, anche ad intervalli regolari. Quanto c’è di strano nell’ammettere che l’istituto colpito da questa tremenda strage sia stato intitolato proprio alla memoria dell’attentato Morvillo Falcone, di cui ricorre il ventennale nell’imminente 23 maggio.
In quel lontano 23 maggio 1992, il magistrato Giovanni Falcone trovò la morte insieme alla moglie e a tre uomini della sua scorta, mentre era di ritorno dall’aeroporto di Palermo. Le due macchine non fecero mai ritorno a casa, la crudele mafia le fermò lungo la strada, sullo svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, dove, all’interno di una galleria, erano stati posti cinque quintali di tritolo.
Ognuno ha in sella la propria sorte e, anche se non la conosce in anticipo, la percepisce: quasi come a profetizzarsi i tempi, lo stesso magistrato, in un’intervista precedente all’eccidio, aveva sentenziato che “si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande; si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno altrui.” Cosa ci resta da fare?
Piangere in anticipo la nostra sorte oppure vivere tutto il tempo?
E cosa vuol dire poi viverlo a pieno, tutto intero, questo tempo che, nei suoi bersagli di normalità e brevi gioie, ha già previsto dove andranno a cadere i passi di ogni persona e, se ci saranno mine, non le sposterà perché c’è sempre bisogno che qualcuno smetta senza preavviso di continuare a vedere giorni finire, affinché tutti gli altri, immortali momentanei, cerchino un disattento motivo per vivere. Penso a quanto sono incoscienti le noie di cui ogni giorno ci cibiamo per abitudine e incontinenza di felicità e in che modo si perdono in fretta le rare bellezze che rimandiamo a un tempo in cui sarà un miracolo che ci sia ancora tempo.
Accade che sorga spontaneo chiedersi dove conduca mai la fatica di battersi per la giustizia e dove arrivino gli sforzi delle voci che non si stancano di urlare “basta!” agli uomini che si fanno chiamare capi e sono nemici e condanna breve di altri uomini.
Ma, contemporaneamente, accade che ogni giorno la forza positiva diventi più forte di quella negativa, che ha in mano solo armi e valori malati e destinati, presto o tardi, a marcire. La cultura e la giustizia saziano, ma troppe volte uccidono.
E’ bene rendersi conto che la Mafia, così come il Male, non troveranno mai fine e colpiranno, devasteranno, apporteranno ancora lacrime tante e tante altre volte. In tutte le sue forme, il Male è esistito da sempre, è la cosa più ingiusta che possa nascere dai nostri secoli, ma è necessario per la funzionalità finale del Bene, così come la morte è necessaria per il trionfo della vita.
Non è moralismo, non è inconsistente idealizzazione, bensì coraggio di lottare e continuare a muoversi per indebolire guerre che non danno potere o gloria, ma la libertà di sentirsi uomo uguale all’altro uomo.
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