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Scritto da Genny Galantuomo    Mercoledì 29 Gennaio 2014 17:44    Stampa
Con le "strane storie vesuviane" Eduardo Tartaglia incanta il Sancarluccio
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Si possono scrivere storie assurde ed uniche in cui l’estro e la fantasia dell’autore vanno ben oltre l’immaginazione come, altrettanto unica è la capacità di affrontare certe vicende con la leggerezza che solo i napoletani sanno trasmettere. Il tutto è racchiuso in un vero e proprio capolavoro teatrale in due atti unici scritti da Eduardo Tartaglia dal titolo emblematico “Strane storie vesuviane” o meglio, tutto quello che i vesuviani immaginano non possa loro mai accadere. Come ad esempio l’intima convinzione che il Vesuvio non possa mai eruttare. Ed invece, l’eruzione del Vesuvio arriva improvvisa e coglie, irrimediabilmente, di sorpresa un imbranato bidello ed uno scontroso professore, paradossalmente chiusi nello scantinato della scuola in cui lavorano. Odio e rancore nelle loro conversazioni, prima di culminare nell’insperata stretta di mano.

 La circostanza oltre che grottesca è propizia per dialogare freneticamente tra i due personaggi con l’enfasi e la paura di chi sa che, prima o poi,  arriverà la lava distruttrice. Tutto verrà portato via con il serio rischio di fare la fine degli antenati pompeiani resi immortali dalla cenere e dai lapilli! Perché a questo punto non approfittarne per farsi trovare in “posa” come gentiluomini, magari con un messaggio utile per i posteri?  Proprio in questo frangente la grandezza di Tartaglia esplode nella semplice gestualità di una sincera e leale stretta di mano come chiara raffigurazione dell’essere napoletani soprattutto nella difficoltà. La scena finale è muta, è l’epilogo della vicenda ma esprime un messaggio chiaro ed inequivocabile… quando ci ritroveranno pietrificati tra duemila anni sapranno che ci siamo voluti bene. Si chiude così il primo atto in cui il regista ed attore napoletano vai in scena con il bravo Massimo Di Matteo.Nel secondo atto di queste “strane storie vesuviane” sale alla ribalta la bravissima Veronica Mazza. Una vera e propria mattatrice in scena. La trama sembra essere stata scritta su misura per le sue capacità di interprete poliedrica, ironica e divertente. La trama ricalca il solco del paradosso risicando l’assurdo e riesce a ben conciliare nuovamente la speranza di sopravvivere e la speranza di cambiar vita questa volta il gioco è tra una possibile vincita ad una improbabile lotteria in cui vince il paziente che si risveglia dal coma. Tratti di irriverente comicità in cui i personaggi cercano in tutti i modi di accaparrasi il montepremi finale ignavi delle sofferenze del paziente. Arguta è la penna di Tartaglia in questo episodio in cui il protagonista (uno sfortunato pescatore allettato a causa di un incidente in mare) lotta con la sua anima presente sulla scena ma invisibile agli attori. La coscienza e la responsabilità di dover decidere se risvegliarsi dal lungo torpore e consegnarsi con ipocrisia ai propri cari oppure scegliere l’eterno riposo nella gioia con la canzone napoletana a far da sottofondo al tempo futuro. Protende per la seconda ipotesi il pescatore di “concerto” con la sua coscienza. Termina così il week end targato Tartaglia e Mazza al teatro Sancarluccio , storica struttura nel cuore di Napoli in cui anni addietro Troisi, Mastellone e Benigni mossero i primi passi verso il successo. Un tripudio di applausi e complimenti con il folto gruppo giunto da Terzigno a far sentire forte il proprio calore verso il consolidato duo Tartaglia Mazza.

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