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| Buona Pasqua Abruzzo |
| Cronache - Nazionale |
Su tutto regna il silenzio, nuovo e indefinibile. I vivi non hanno niente. Non hanno le case ma soprattutto non hanno più i loro oggetti ne i loro progetti. Ci sono molti morti. Anche tra i vivi. I cadaveri sono stati coperti con un velo e i vivi sono stati svelati. Sono cadute le pareti delle loro case e chiunque può frugare nella loro intimità. Attraverso una finestra si sbircia come voyeur, ma quando sono le mura a non esserci più, allora si smette di spiare. Si condivide. Si scorgono bagni, accappatoi, pantofole, televisori a schermo piatto, vestiti, quadri, fotografie di figli e fidanzati, computer, bottiglie di plastica. Basta solo arrampicarsi lungo le stradine del centro storico dell'Aquila. Incustodite e deserte. Tutto il centro è deserto. Tutte le vie cariche di storia e di arte dove io ho vissuto gioiosi anni da studente e da sotto tenente sono deserte. Le piazze, le vie, i vicoli, tutti deserti. Tutto chiuso come alle 3,35 di lunedi 6 aprile. Tutto mi ricorda Sarajevo. Tutti possono vedere, entrare e fare tutto. Per poi scoprire troppo presto che non si può fare niente. Solo guardare. Dentro case squassate in sezione, come certe vecchie case delle bambole. Come in una delle immagini più famose di "Germania anno zero". Come in un set. Ma tutte ricoperte di un sottile velo di polvere. Polvere dappertutto. Un'imbalsamazione degli oggetti. Che li invecchia di colpo. Mentre, pochi giorni, poche ore fa viveva tutto. Era tutto un brulicare di giovani, di cuori innamorati. Di musica, di suoni, di cultura, di vita, di sport. L’Aquila viveva dentro i sorrisi e dentro le parole che, in un attimo, sono state annientate. Per questo è tutto morto. Perché nessuno parla, nessuno grida, nessuno ride, nessuno piange e anche i pianti sono brevi e improvvisi, a volume ridotto, appartati e composti. Sono pianti di una gente orgogliosa che non è abituata a piangere. Sono abruzzesi. I vivi non hanno più niente. Non hanno le case, ma, soprattutto, non hanno l'interno delle loro case, non possono più afferrare quella visione d'insieme fatta d'oggetti, odori, che compongono la vita e la quotidianità. Non hanno i punti di riferimento minimi che attrezzano gli individui per la sopravvivenza al dolore. Hanno solo i morti.
Anche per questo sono morti. E con loro è morto l’Abruzzo. Solo un gruppo indefinito di persone si aggira ora per il capoluogo dell’Abruzzo. Perlopiù in divisa. E anche questi, coraggiosi, a volte eroici, sempre tenaci, sembrano muoversi in una sorta di lutto attivo. Ma sempre di lutto. Mentre gli abitanti, nella loro sovrumana compostezza, sembrano attraversati da una forma dolorosa ancora sconosciuta. Un lutto freddo. Che incute un rispetto assoluto. E nessuno, neanche per sbaglio, si sogna di tradire il rispetto per il loro lutto. Una famiglia piange davanti alla casa dello studente e le televisioni vincono l'irresistibile tentazione. Li lasciano in pace. Regna la paura nel capoluogo dell’Abruzzo, perché niente è finito e tutto è solo cominciato. Tutti i pensieri, anche quelli più elementari, sono violentati dalle continue scosse d'assestamento che violentano la mente di chi si è salvato e di chi è un po’ più distante. Scosse continue che si avvertono anche quando non ci sono e che oramai sono dentro il cuore e l’anima e lo stomaco e le gambe dell’intero Abruzzo che trema, che dorme fuori casa e se può scappa lontano da questa terra meravigliosa. Che fino a ieri avrei definito benedetta. La paura e il dolore, uniti e inscindibili, oramai formano un'unica entità. Un'entità insopportabile. Che congela questo lutto, per farsi cosa attonita, ed impressionante. Su tutto, il silenzio. Un silenzio nuovo e indefinibile. Interrotto, di tanto in tanto, da un elicottero lontano. Da un aereo militare. Da una nuova colonna di aiuti. E tutti gli anziani abbassano gli occhi a comporre lo stesso pensiero, ma nessuno lo comunica, perché è banale: la sensazione di un'altra guerra. A intervalli regolari il rumore delle ruspe; le braccia meccaniche, oltre i tetti sfondati, raspano nelle macerie, per poi fermarsi. Allora i vigili del fuoco riprendono a muoversi con cautela e fatica. E l'interruzione delle ruspe porta tutti sullo stesso, ossessivo concetto: ci sono altri morti. Perché pare tramontata l'idea di trovare i vivi. Così dicono i cani. Sono loro che "bonificano" le zone. Sono loro che, momentaneamente, stabiliscono e qualificano, in maniera affidabile e concreta, un'idea di speranza. Escono fuori vecchie borse di donne anziane, i regali per Pasqua, scarpe spaiate, vestiti da buttare, sedie, cartacce, album fotografici di una felicità preistorica che i fantastici volontari della protezione civile raccolgono dentro enormi buste. Con un'accortezza commovente. Perché promette una parziale restituzione alla vita, una volta trovati i legittimi proprietari. Ancora silenzio, fantasmagorico. C'è il silenzio di certe prime teatrali un attimo prima che si apra il sipario. Molti, con lo sguardo vacuo, e l'orecchio appeso al cellulare, sono muti. Telefonano, ma sembra che non parlino. E puoi anche dubitare che ascoltino. S'intuisce solo una serie ininterrotta, feroce, di squilli senza risposta. Le ruspe attaccano di nuovo e si fermano di nuovo. Si sente solo il motore acceso di un'ambulanza in attesa di niente. Non arriverà nessuno. Neanche la delusione. L'autista spegne il motore. Nelle strade del centro storico, adiacenti via XX settembre, un solo, sordido rumore, è spietato e incessante. Quello dell'acqua delle tubature divelte. Piccoli rivoli che scrosciano. Per poi perire, appena ci si allontana di pochi passi. È come un lento disgelo. Ma senza il candore della neve in montagna. Qui, quello che un tempo doveva essere immacolato e prezioso, è diventato residuo. Insensato e senza possibilità d'uso. Ecco una scossa violentissima. Scappano tutti. Corrono tutti. Una madre grida, grida ancora e si chiede il perchè. Un anziano chiede aiuto, supplica aiuto e tremante si chiede il perchè. Un padre alza gli occhi al cielo e si chiede il perché. Lo sconforto si allarga, l’angoscia prende corpo e sono tutti li fermi con gli occhi bassi a chiedersi quando finirà e perché proprio a loro. A chiedersi il perché. Tutti gli altri sono muti, eppure cortesi. C'è una gentilezza silenziosa. Come dovrebbe essere il mondo, anche lontano dalle tragedie. Arriva un vigile del fuoco che allarga un tiepido sorriso. E’ stata trovata una ragazza sotto le macerie. Viva. Anche i cani sbagliano. E si riaccende la speranza. Si riaccende la fiammella della speranza. I cuori tornano a sperare che la notte sia passata. Mi sembra di intravedere tra le rocce del gran sasso le luci dell’alba del giorno nuovo. Dalla casa dello studente squarciata spunta un crocefisso da pochi soldi, uno di quelli che sormontano brutti letti matrimoniali. Un volontario raccatta dello spago e lo attacca ad un albero. La cosa non colpisce, non smuove nessuno. È un gesto che richiederebbe pensieri e interpretazioni simboliche appena più complesse, che nessuno è in grado né ha voglia di fare. Io si. Perché è Pasqua. E’ Pasqua di resurrezione. E’ Pasqua anche per il mio Abruzzo. E’ giorno di resurrezione. E’ il giorno in cui la vita vince sulla morte. La speranza sulla disperazione. L’amore sulla rabbia.Lo so che ha buon gioco chi vuol dirmi che sto vaneggiando. Lo so che ha mille ragioni per tacciarmi di follia la madre che ha perso un figlio sotto le macerie. Lo so che a quel padre senza più nulla non mancano gli argomenti per puntellare la sua disperazione. Lo so. Rischio di restare in silenzio, se mi soffermo sulle immagini dei dolori che hai visto, se penso ai bambini sotto le macerie, agli studenti morti, agli anziani straziati, alle donne senza più lacrime. Non ho nulla da replicare a chi vuole lasciarsi andare alla paura, alla rabbia, alla polemica sulla possibilità di prevedere il disastro, sulla necessità di costruzioni migliori, sugli obblighi di recupero dei centri più vecchi. Rimango suggestionato anch'io dal fascino sottile del pessimismo, e non nego di essermi arreso anch'io alle lusinghe dello scetticismo quando leggo degli sciacalli, se constato le lentezze di alcuni arrivi, se mi soffermo sul pianto dei genitori, sulla miseria degli sfrattati, sulla disperazione dei baraccati. Certo è vacillata non poco anche la mia speranza quando mi hanno detto di Teresa che, a ventinove anni ha perso un bambino. O di Corrado che, a dieci, è stato inutilmente operato. Certo. Tutto questo lo so. E’ tutto vero. E’ un momento drammatico. Queste cose le so. Queste cose le ho viste. Queste cose le ho vissute. Ma io voglio giocarmi, fino all'ultima, tutte le carte dell'incredibile e dire ugualmente che è Pasqua. E il nostro pianto non ha più ragione di esistere. E’ Pasqua fratelli abruzzesi. Ed ho speranza. Voglio avere speranza. Che la Pasqua frantumerà le nostre paure e ci farà vedere le tristezze, le malattie, i soprusi e perfino la morte, dal versante giusto: quello del "terzo giorno". Voglio sperare che questa sarà la Pasqua di resurrezione dell’Abruzzo. E’ Pasqua fratelli aquilani. Il legno della Croce, quel "legno del fallimento", divenga il parametro vero della resurrezione per chi non ha più una casa, un lavoro, un futuro in nome di quel Cristo che ha operato più salvezza con le mani inchiodate sulla Croce, che con le mani stese sui malati. E’ Pasqua. Sul versante aquilano del Gran Sasso le croci delle chiese distrutte sembrano già antenne, piazzate li per farci udire non i rantoli dell'agonia, ma i travagli del parto. Di un nuovo giorno che nasce. E’ Pasqua. E le stigmate lasciate dai chiodi in tutte le mani crocifisse, già sembrano le feritoie attraverso le quali scorgeremo presto le luci di un mondo nuovo! E’ Pasqua fratelli. Buona Pasqua di resurrezione e di speranza a voi fratelli de L’Aquila. E a tutti! (fonte Teramo news) |







Su tutto regna il silenzio, nuovo e indefinibile. I vivi non hanno niente. Non hanno le case ma soprattutto non hanno più i loro oggetti ne i loro progetti.