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La mafia uccide solo d’estate – La serie in onda su Rai Uno ogni lunedì ha sbaragliato la concorrenza facendo registrare ascolti lusinghieri. Ispirata all’omonimo film rivelazione di Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, la fiction nasce con lo scopo di raggiungere un vasto pubblico raccontando il fenomeno mafioso attraverso il punto di vista di una normalissima famiglia siciliana: i Giammarresi; composti da padre impiegato, madre supplente, sorella rivoluzionaria femminista e figlioletto che osserva curioso il mondo nel suo evolversi. Ben presto i quattro protagonisti - ai quali si accompagna lo zio guascone e un filo superficiale - si ritrovano, loro malgrado, ad intrecciare le proprie vite con alcuni episodi chiave della storia siciliana. L’amicizia che il piccolo Salvatore instaura con il commissario Boris Giuliano prima e con il giornalista Mario Francese poi, è la spia di una volontà ben precisa di analizzare i fatti dal focus di chi le vicende, e le relative conseguenze, non le ha vissute in prima persona ma le ha subite. Inerme. Siamo ben lontani dalle atmosfere cupe, seriose ed a tratti lugubri alle quali la fiction nostrana ci ha abituati ogni qual volta ci si confronta con tematiche tanto importanti. Be’, in questo caso, occorre ringraziare la scrittura fresca, innovativa, veloce, salace che incarna lo stile scanzonato di Pif. L’ironica è l’arma che scardina una narrazione che altrimenti sarebbe risultata come un copia e incolla già visto. Ridicolizzando i mafiosi li si fa apparire per quello che sono, ovvero sia dei perdenti. In La mafia uccide solo d’estate – La serie non c’è il fascino del male che si può trovare in Gomorra, non c’è spiraglio per fraternizzare con il nemico o desiderio di emulazione. Il solco in cui nasce e si sviluppa la fiction è quello tracciato anni or sono da Peppino Impastato con la sua Radio Aut. Quello che più spaventa i professionisti del crimine è la sagacia accompagnata da un cervello pensante che consente di non nasconderti ma di reagire. Con ogni mezzo a disposizione.
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Se la prima puntata dei Medici, in onda ogni martedì sera su Rai uno, mi aveva lasciata piacevolmente impressionata seppur con qualche riserva, la seconda mi ha definitivamente conquistata. Non solo per la freschezza di una scrittura dinamica che va a sciacquare i panni nelle sacre acque della Hbo, canale americano che produce le serie più coinvolgenti degli ultimi anni, ma svecchia di fatto il linguaggio Rai allontanandolo dal bigottismo a cui ci eravamo abituati negli ultimi tempi. Assistere a svariate scene di nudo sia etero che omosessuale non ha precedenti per la nostra storia televisiva. La serie narra le vicende di Cosimo (Richard Madden) primogenito di Giovanni (Dustin Hoffman) ed erede dei Medici che, suo malgrado, si ritrova a dover accantonare i sogni d’artista per gestire la banca di famiglia. Cosimo è un uomo di indubbio carisma, capace di trarre sempre il meglio da ogni situazione, molto religioso, ma questo non lo esula dal commettere efferatezze per opera del suo braccio destro Marco Bello (Guido Caprino). Costretto ad un matrimonio combinato con la nobile Contessina de’ Bardi, con la quale avrà un rapporto che oscilla tra l’amore e la forzata sopportazione, Cosimo sfoga tutto il suo genio creativo nella sovvenzione di grandi opere che possano dare gloria a Firenze e lustro alla famiglia Medici; come la cupola autoportante del Brunelleschi. Acerrimo nemico di Cosimo è Rinaldo degli Albizzi che, accusandolo di praticare l’usura, gli metterà contro l’intera Signoria. Alla fine gli verrà risparmiata la vita, ma verrà mandato in esilio a Venezia. I costumi, le scenografie, i dialoghi e il doppiaggio sono, a mio avviso, ben riusciti. L’uso smodato dei flashback per raccontare Cosimo da giovane appaiono smodati nella prima puntata e decisamente contenuti in seguito. Sono stati riscontrati alcuni svarioni ed inesattezze storiografiche, ma sarebbe assurdo pensare di poter imparare la storia di questa grande famiglia attraverso una fiction, per il semplice fatto che il termine stesso “fiction” contiene al proprio interno la pregiudiziale della fallacità, in quanto è unione osmotica di realtà e finzione. La serie tv può dare le linee guida, instillando nel telespettatore la curiosità a saperne di più. E’ normale che all’interno dell’economia del racconto e, al fine di rendere la trama più appetibile, vengano inseriti elementi che si discostano dalle pieghe originarie del racconto: ad esempio il piccolo giallo sulla morte di Giovanni de’ Medici. Gli ascolti altissimi hanno premiato il prodotto e all’estero si sono dannati l’anima per beccare un streaming degno di questo nome. Una volta tanto anche loro sanno cosa si prova.
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Dieci cose soporifere del nuovo sabato sera di Rai Uno

Mercoledì, 26 Ottobre 2016 16:59 Scritto da
Dieci cose è il nuovo programma di intrattenimento del sabato sera di Rai Uno condotto da Flavio Insinna e Federico Russo. L’ex vj di Mtv e il conduttore dei “pacchi” ce l’hanno messa tutta eppure l’esperimento di ritorno al varietà è risultato indigesto al pubblico nostrano che l’ha premiato con ascolti fiacchi. Il format è semplice quanto banale. Due ospiti in studio si raccontano attraverso una classifica delle 10 cose importanti della loro vita inscenate attraverso coreografie, filmati ad hoc, musica dal vivo e duetti canori. Il lancio di ogni “cosa” spetta alla storica annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti instillando, da subito, il ritrito effetto “come eravamo” tanto caro a mamma Rai. L’attingere costantemente e ripetutamente al passato è spia del fatto che, purtroppo, non si è in grado di mettere a punto uno show all’altezza di quelli di un tempo. La conduzione melensa ed ossequiosa di Insinna non aiuta in questo senso. La sua presenza è talmente ingombrante da fiaccare anche il più piccolo proposito di Russo di adottare uno stile di conduzione “giovane.” La classifica, elemento vetusto ed antiquato, è l’ultimo dei problemi. Sarebbe anche un’idea carina se sciorinata in maniera meno manierista, tagliando, magari, il puntuale talk esplicativo: lungo e monotono. A parte l’improponibile orario di messa in onda - le 20.35, che è infelice quanto sadico, visto che la trasmissione termina alle 23.30 passate - quello che sega le gambe a Dieci cose è proprio il talk. Un inutile chiacchiericcio con conseguente entrata di ospiti in studio che restano la durata di pochi minuti che risultano più molesti che utili. Se non si vuole la chiusura prematura dello spettacolo sarà opportuno apportare alcuni cambiamenti, dando corpo ad un prodotto più dinamico e meno dilatato, più frizzante e meno “polpettone della nonna”, più da sabato sera e meno da infrasettimanale sfigato. Se la Rai non dovesse riuscire nell’intento può rispolverare, come extrema ratio, un Don Matteo d’annata che, sarà pure visto e rivisto, ma garantisce sempre ottima resa con il minimo sforzo.
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“Il sogno di Francesco” il nuovo attesissimo film che racconta la vita e le opere del fraticello di Assisi sarà in tutte le sale a partire dal 6 ottobre, dopo l’anteprima ad Assisi, per la regia di Renaud Fely e Arnaud Louvet. A dare volto ed anima ad uno dei personaggi più rappresentativi ed enigmatici della cristianità non poteva che essere uno degli attori più talentuosi del cinema nostrano: Elio Germano assieme ad Alba Rorhwacher nei panni di Santa Chiara. L’attore romano, non nuovo ad interpretare personaggi dotati di un mix esplosivo di carisma e personalità - non ultimo citiamo la superba interpretazione di Giacomo Leopardi - ha portato sullo schermo tutta la forza espressiva di un Francesco laico, prediligendo la figura dell’ uomo a quella del santo. Il film racconta di Francesco e dei suoi compagni, del conflitto tra sogno e realtà istituzionale, della 'Regola', cioè la vita che scelgono di condurre i frati, della sua strenua battaglia per la pace, tratteggiando il rapporto conflittuale con Elia da Cortona, uno dei primi seguaci di Francesco, con il quale condivideva la fede ma non la medesima visione che avrebbe dovuto assumere l’Ordine. Elia, profondamente distante dall’utopismo del maestro, è molto più pragmatico, realista, si rende conto che per proseguire nell’evangelizzazione c’è bisogno di una Regola mentre Francesco propendeva per vivere il vangelo, passateci il termine, in maniera quasi anarchica. Ma è proprio in questo che risiede la forza del santo, nel farsi “ultimo tra gli ultimi” per rieducare una chiesa completamente alla deriva e rosa dagli egoismi interni, reggendone il peso sulle sue fragili spalle. «È il film più francescano mai fatto su di lui - ha commentato Germano - perché non mette al centro Francesco, ed anche lui stesso del resto non voleva passare per santo, e perché racconta l'esperienza degli altri suoi compagni, in precedenza sempre messi in ombra. Rispetto alla tradizione cinematografica, dal mio studio sul personaggio è venuto fuori un uomo che non lotta con i demoni. È, invece, un Francesco risolto che fa del suo esempio personale un modo per comunicare, mettendosi al di sotto delle cose. Per lui i poveri erano un modello da imitare, non da salvare. Francesco ha tanti fratelli e forse non sa cos’è l’amicizia. Il suo è un percorso di amore universale. I rapporti esclusivisti sono banditi” sottolinea ancora Germano, che si è detto profondamente onorato di vestire i panni del “giullare di Dio” tanto da assorbirlo fino a diventare una cosa sola con il personaggio, in un processo graduale di emulazione che sfocia in un lavoro “vibrante”».
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Un medico in famiglia 10 vince ma non convince

Venerdì, 09 Settembre 2016 16:53 Scritto da
Parte con il botto la decima stagione di Un medico in famiglia in onda tutti i giovedì sera su Rai Uno. La serie più amata e longeva della televisione italiana fa registrare buoni dati in termini di ascolto ma fiacca, per non dire ammazza, le speranze di assistere ad un qualche rinnovamento che non sconfini nello scopiazzo e nel nonsense. Il fulcro centrale di queste dodici puntate sarà la dubbia paternità di Anna. Ebbene sì, sarà la giovane diciottenne Martini a tenere banco contesa tra il padre putativo, Lele, e il presunto genitore biologico Valerio Petrucci che scopriamo essere stato l’amante della defunta Elena, prima moglie del dottor Martini. Dopo venti anni di assenza Petrucci torna a Roma ed invia un messaggio al suo grande amore mai dimenticato, convinto di trovarla ancora viva e vegeta in quel di Poggio Fiorito, quando scopre che così non è, gli viene il dubbio (dopo venti, e dico, venti anni) che forse il figlio che aspettava all’epoca potrebbe essere suo. E già qui siamo di fronte ad un cratere narrativo di proporzioni gigantesche, quasi quanto le buche di Roma. Ci sta che l’uomo abbia trascorso gli ultimi anni all’estero – che poi è stato a Londra, mica in Papuasia – ci sta che in questo enorme lasso di tempo non sia mai passato per Roma neppur per sbaglio, ma è assurdo che un uomo possa convivere con questo rovello della paternità senza volerlo approfondire prima, nonostante la donna, all’epoca dei fatti, avesse scelto di restare con il marito. Ecco, questo ingranaggio poco oliato pare stridere con il resto della storia che, di fatto, è sempre la solita solfa che si ripete. Lele è di nuovo protagonista di casa Martini e non solo. Dovrà tenere a bada i figli, che spuntano fuori come conigli da un cilindro, gli specializzandi, entrati nell’organico della clinica, la moglie Bianca attualmente in Francia con l’ultimo arrivato Carletto e nonno Libero che a sua volta si barcamenerà tra nipoti adolescenti afflitti dai primi amorazzi e piccoli e grandi problemi di tutti i giorni come la new entry Maddalena; figlia di un suo amico scappato a Cuba con l’amante, che avrebbe l’ardire (almeno sulla carta) di sostituire la mai dimenticata Cettina e il suo precedente rimpiazzo Melina, ma sulle prime si dimostra incapace di fare sia l’una che l’altra cosa. La decima stagione ha qualcosa di già visto, oltre ai rimandi alle serie oltreoceano - vedi Grey’s Anatomy - con il nuvolo di specializzandi e le vicissitudini di Lorenzo e Sara, un po’ avulsi dal contesto generale, almeno in queste prime due puntate. Ma Un medico in famiglia non strizza l’occhio solo alle series ma attinge anche da se stesso, dunque si auto plagia, dimostrando di non poter fare a meno dell’aeroporto, che si conferma ambientazione preferita della scena di apertura di queste due ultime stagioni. Nonostante questo sono convinta che in futuro la fiction continuerà a macinare audience perché tutto sommato, quello del medico, è un format rassicurante, abbiamo quasi un’affezione per questi volti che ci fanno compagnia da circa venti anni e nonno Libero, malgrado tutto, riesce sempre, nel bene o nel male, a strapparti una risata. Ma quando gli autori vanno ad infognarsi nel passato pescando una storia tanto assurda quanto greve, significa che, alla lunga, le idee scarseggiano e in quel caso, più che accanirsi, sarebbe meglio staccare la spina.