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Le richieste più strane dei vip in tour

Domenica, 15 Marzo 2015 11:37 Scritto da
Nella classifica delle “bizzarrie” delle star al decimo posto si piazza il cantante Moby, che durante il tour vuole tantissime mutande nuove. Prince, nono posto, si fa iniettare della vitamina B-12 prima di ogni concerto, ed ogni oggetto del suo camerino deve essere ricoperto da una pellicola protettiva di plastica. Lady Ciccone all’ottavo posto è molto attenta all’igiene intima, le tavolette del Wc devono essere nuove ed igienizzate. La prorompente J-Lo vuole che durante i suoi concerti tutto sia di colore bianco, qualsiasi cosa la circondi, e pretende che il caffè le venga servito in senso antiorario. Al sesto posto la divina Cher vuole un’apposita stanza per le sue parrucche. Justin Timberlake al quinto posto è un ipocondriaco dei germi che si annidano sui pomelli delle porte e pretende che vengano tutti disinfettati. L’attore Will Ferrel si piazza al quarto posto. Durante i suoi spettacoli pretende uno scooter elettrico con ruote arcobaleno e un albero alto quasi 5 metri. Angelina Germanotta alias Lady Gaga esige un punto vendita di smoothies solo per lei e un manichino con i peli pubici molto vaporosi e di colore rosa. Il “cattivissimo” Marylin Manson dopo ogni esibizione vuole trovare nel suo camerino una prostituta pallida, calva e senza denti e tanti orsetti gommosi rigorosamente di marca Haribo. Primo posto per Iggy Pop con una lista lunga 18 pagine. La star, tra le altre cose, vuole una persona che impersonifichi Bob Hope per 7 giorni h24, un articolo di USA Today sugli obesi, e infine i sette nani!
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I Migliori Anni, torna lo show amarcord

Martedì, 09 Maggio 2017 11:26 Scritto da
Puntuale come un soldato al cambio della guardia è tornato su Raiuno l’inossidabile evergreen de “I Migliori Anni”. Lo show in onda ogni venerdì, capitanato da Carlo Conti con la partecipazione, anche quest’anno, di Anna Tatangelo, ha portato con sé tutto l’armamentario di cui dispose: ballerini, scintillio di luci e colori, annate in lotta tra loro, ospiti vecchi e nuovi, buon’umore e tanta musica, sull’onda della scia - tanto cara agli italiani e allo stesso Conti - di crogiolarsi nel passato visto che il futuro è incerto e neanche poi tanto roseo - in Rai, di questi tempi, tira una pessima aria complice il tetto agli stipendi dei conduttori e le ingerenze della politica nostrana. Fatto sta che Carlo è tornato. Forte del successo del suo ultimo Sanremo si conferma anche in questa ottava stagione de I Migliori Anni mattatore indiscusso di ascolti e di programmi collaudati che, se da un lato gli consentono di maneggiare con abilità meccanismi oliati alla perfezione, dall’altro lo fanno inciampare nella solita solfa spiattellata in due ore e mezzo di programma. Lo spazio riservato ai “Noi che…” è puro amarcord, carico di quella sottile e neppure tanto velata vena di malinconia che assale chiunque si ritrovi a pensare ai bei tempi andati senza la nostalgia per una millantata perfezione che poi non corrisponde a verità. Se l’obiettivo era cavalcare l’onda delle rimembranze si poteva mandare in onda Techetecheté, ormai un cult della programmazione estiva, abile ed infimo nel lanciare spezzoni d’antan per poi interromperli sul più bello passando a tutt’altro, senza seguire un filo logico che è la stessa sensazione che si ha guardando la trasmissione di Conti. La Tatangelo è stata rilegata, anche in questa occasione, al ruolo di valletta semi-parlante, privandola dei suoi momenti di canto e ballo con i quali ci aveva deliziato lo scorso anno. Ma si sa, Conti predilige una conduzione asciutta e tendenzialmente in solitaria anche se quelle poche volte in cui si trova a confrontarsi con compagne di viaggio di un certo peso specifico - vedi la Maria nazionale o la Incontrada - ridimensiona di colpo l’ego baudiano di cui è forgiato dimostrando a se stesso ed a noi telespettatori di essere capace di gesti di generosità televisiva. Ad ogni modo che ci piaccia oppure no, I Migliori Anni continuerà a farci compagnia per molto tempo, perché si sa: programma che sbanca gli ascolti non si cambia. E poco importa se qualcuno di noi gradirebbe una ventata di novità.
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Per DopoFiction la Rai ha tolto dalla naftalina lo storico terzetto del primo Don Matteo: Flavio Insinna, Natalie Guettà e Nino Frassica auspicando di portare sullo schermo un programma scanzonato dove fondere curiosità legate alla fiction, facendole pelo e contropelo, con l’intrattenimento. Ma si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e, complice lo stile incensatorio e fastidiosamente retorico di Insinna unito alla pochezza degli interventi della Guettà, quello che ne esce è un’inutile ora e mezza di adulatoria auto celebrazione, tutto a vantaggio di mamma Rai. Per carità, siamo tutti debitori a mamma Rai, visto il deserto sia a livello di sceneggiatura che di prestazioni attoriali offerto dalla concorrenza generalista, ma non per questo dobbiamo essere costretti a sentircelo ripetere come un mantra. Le interazioni tra conduttore e valletta sono pressoché sterili, le interviste ai simboli della fiction nostrana talmente tanto banali da far rimpiangere quelle della Toffanin a Verissimo, gag ritrite ed anche un filo stancanti: DopoFiction è l’ennesimo progetto senza sostanza dove a ridere sono solo le voci registrate in sottofondo. E Dio solo sa se si poteva fare di più. Molto di più. Magari scopiazzando l’ottimo prodotto trasmesso qualche tempo fa da Rai Premium e condotto da Monica Leofreddi. Meno dinamico, certo, ma molto più pregno. Unica nota positiva ovviamente l’immenso Frassica con il suo stile surreale sempre al limite del nonsense, con punte di genialità come l’intervista sfumata al direttore generale della Rai Campo dall’Orto, l’entrata delle sedioline, gli sfottò a Barbara D’Urso e la parodia a XFactor. Bagliori in un cielo costellato di nubi. L’apice lo si è raggiunto con la messa in onda dell’iconica lite tra Pappalardo e Zequila a Domenica In, momento indimenticabile di una tv trash che riempie sempre il cuore di gioia prima di augurarci la buona notte e spengere definitivamente sia la tv che Insinna.
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Francesco Gabbani è il vincitore della 67a edizione del Festival di Sanremo con il brano “Occidentali’s Karma.” Secondo posto per Fiorella Mannoia con “Che sia benedetta” che si aggiudica anche il premio come miglior testo e quello “Lucio Dalla” della Sala Stampa. Ultimo gradino del podio per l’italo albanese Ermal Meta con il brano autobiografico “Vietato morire” nel quale racconta con precisione chirurgica episodi di violenza domestica portandosi a casa il Premio della Critica “Mia Martini.” Il duo Carlo Conti – Maria De Filippi ha confezionato il festival dei record, non solo per i dati d’ascolto pazzeschi che hanno fatto gongolare non poco i vertici Rai (nella serata conclusiva si è sfiorato il 60% di share) ma soprattutto perché sono stati definitivamente messi in cantina alcuni dei protocolli sanremesi considerati intoccabili. Uno su tutti: le scale. Maria, o dovremmo a giusto titolo definirla la Re Mida della televisione italiana, ha dissacrato le scale rifiutandosi di scenderle e accomodandocisi sopra come è solita fare in una sua trasmissione trash di successo. Ha inoltre sdoganato il sorriso finto del conduttore portando sul palco dell’Ariston se stessa, con la sua classe, la sua compostezza e il suo peso specifico urlante anche quando è rimasta in silenzio. Questo è stato senza alcun dubbio il suo festival. La consacrazione del suo stile di conduzione a sottrazione. Non più il presentatore onnipresente e onnisciente ma il gioco di squadra, la capacità di intuire quando intervenire e quando saper ascoltare – dote rara di questi tempi – il tutto condito dall’intelligenza sincera di Conti che ha messo in pratica una co-conduzione reale e non solo vaticinata. Dettaglio non da poco l’archiviazione dell’inutile defilé di abiti. Due cambi sono più che sufficienti. Maria non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno, è già iconica di per sé. A luci spente e ormai lontani dall’atmosfera frenetica di queste cinque interminabili serate, quello che rimarrà del terzo (ed ultimo) festival contiano sarà la classe innata di Tiziano Ferro nell’omaggiare un gigante della musica come Luigi Tenco, il duetto alla Paolo Limiti di Zucchero con il maestro Pavarotti, la pochezza degli interventi comici, Crozza ha mostrato qualche bagliore solo sabato sera materializzandosi sul palco per incarnare il senatore Razzi preferendo nelle serate precedenti collegarsi in video da chissà dove, l’assenza del maestro Vessicchio, in platea venerdì sera ed osannato come uno rockstar, gli Eroi di Rigopiano, i ragazzi peruviani ambasciatori Unicef che suonano con oggetti riciclati, le storie dei Giganti del quotidiano, lo stuolo riempitivo quanto orticante delle figlie di, nipoti di, fidanzate di presentatesi durante la parentesi Tutti cantano Sanremo e, ovviamente, le canzoni, belle o brutte che siano. Eliminati a sorpresa Albano, D’Alessio e Ron – è il gioco, ragazzi. Stateci! - il televoto ha premiato Gabbani, un giovane toscano dalla penna sopraffina che con “Occidentali’s Karma” ha saputo scimmiottare (non a casa utilizziamo questo termine vista la presenza dello scimmione danzerino al suo fianco) gli occidentali che, svuotati di ogni spiritualità e oramai alla deriva, ricercano nell’oriente la cura a tutti i loro mali, assorbendo una cultura che non gli appartiene e facendola propria solo perché “fa fico.” Ironia e leggerezza si sono shakerati in un cocktail che funziona e che si accinge a diventare un tormentone, con tanto di balletto. Per il prossimo anno Conti si è già chiamato fuori e non credo che rivedremo Maria nazionale nuovamente nella città dei fiori a meno che non le parta l’embolo e decida di sfidare nuovamente la sorte. In pole position per la conduzione si fanno insistenti i nomi di Paolo Bonolis e Fabio Fazio.
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Paolo Bonolis come Giano bifronte

Lunedì, 16 Gennaio 2017 11:13 Scritto da
L’istrionico conduttore televisivo si mostra in forma smagliante nel nuovo programma di Canale Cinque Music dove porta in scena tutto il suo repertorio ridanciano offrendo tre ore di godibilissimo spettacolo con interviste ai grandi della musica dimostrando, ancora una volta, di essere uno straordinario mattatore. Gli ospiti sono chiamati a raccontare qual è la canzone della loro vita e che ha influenzato la loro musica. In forza a Mediaset già da parecchio tempo, e con un contratto prossimo alla scadenza, in questi anni Bonolis ci ha deliziati con programmi che spaziano dalla risata più pungente - vedi Avanti un altro - ad occasioni di riflessione profonda con il pregiatissimo seppur falcidiato dall’auditel, Il senso della vita. Ecco, proprio questa trasmissione presenta molti strascichi in Music: le confessioni a cuore aperto, le riflessioni, le sedute familiari e non necessariamente ingessate ricordano moltissimo la precedente esperienza televisiva. La scenografia è quella delle grandi occasioni unita ad una carrellata di ospiti che insinuano un tarlo giustificato, ovvero sia che Bonolis abbia voluto fare di Music un piccolo Sanremo. Ad ogni modo siamo lontani anni luce dalla kermesse che si svolge nella città dei fiori. Il clima è decisamente più disteso, informale, non c’è gara, non c’è giuria e sembra quasi un miracolo vista la virata che accomuna ogni trasmissione televisiva nel voler piazzare ovunque giudici che emettono sentenze. La battuta alternata alla citazione colta è la cifra dello stile Bonolis che lo rende un perfetto Giano bifronte. Uno stile ritenuto dai più cinico e sadico soprattutto nel perculare persone comuni elevandoli, per almeno una sera, a personaggi. Gli esilaranti e collaudatissimi siparietti non sense con il compagno di sempre, il maestro Luca Laurenti che si scopre e riscospre spalla eccellente. Il primo dei tre appuntamenti ci lascia impressa l’immagine del maestro Ezio Bosso, un esempio di tenacia, amore per la propria professione, portatore di un messaggio dirompente: non lamentiamoci per le piccole cose, tutto si supera. La vita vale sempre la pena di essere vissuta, anche e soprattutto nella malattia.