C’è sempre stato un sottile e tragico filo a legare le terre del Pollino con la storia sventurata di John Paul Getty III. Era il lontano 10 luglio 1973, quando il nipote del tycoon del petrolio - John Paul Getty I, all’epoca dei fatti l’uomo più ricco del mondo grazie alla sua creatura: la Getty Oil Company, la cui figura di ricco magnate ispirò Walt Disney per creare il personaggio di Paperon de’ Paperoni - venne rapito in piazza Farnese a Roma mentre vendeva per strada quadretti e braccialetti hand made (fatti a mano). A rapirlo la ‘ndrangheta calabrese affiliata alle ‘ndrine dei Mammoliti, Piromalli e Femia che chiedevano un riscatto di 17 milioni di dollari. Tanto, troppo. Una cifra esosa da sborsare per riavere indietro la vita di quel sedicenne hippy, viziato e turbolento, che trascorse cinque mesi in una grotta in qualche sperduta rocca del Pollino. Una somma sconsiderata che nessuno era disposto a pagare, né il padre, eroinomane, tantomeno il nonno, gelido e spietato uomo d’affari. Solo la madre, Gail Harris, non si arrese e cercò in tutti i modi di convincere il suocero a pagare il riscatto. L’uomo cedette solo quando gli venne mostrato l’orecchio mozzato di Paul, insieme ad una sua ciocca di capelli rossicci e ad un messaggio che i rapitori avevano precedentemente fatto recapitare al quotidiano romano “Il Messaggero”. «Mandiamo al giornale questo orecchio perché la famiglia da tre mesi ci prende in giro dicendo che non ha soldi per pagare». Queste le secche parole che non lasciavano spazio a dubbi: gli avrebbero restituito il ragazzo pezzo per pezzo. Un miliardo e 700 milioni di lire fu la cifra che suo nonno pagò e che, in seguito, pretese gli venisse restituita con gli interessi del 4%. Paul venne liberato il 17 dicembre 1973 sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria e ritrovato dal camionista, Antonio Tedesco residente a Viggianello, all’altezza di Lauria, in Basilicata. Da quel momento la vita di Paul non fu più la stessa. Contro il volere della famiglia si sposò a 18 anni con una modella e regista tedesca più grande di lui. La donna, all’altare, si presentò vestita di nera, episodio che fece infuriare il petroliere che diseredò il nipote. Paul ebbe un solo figlio, Balthazar, oggi attore di numerose pellicole e serie tv, tra cui Twin Peaks di David Linch. Paul si spense all’età di 54 anni nella sua tenuta di Wormsley Park, a Wormsley, nella contea di Buckinghamshire in Inghilterra; in seguito ad un ictus avuto all’età di 24 anni, conseguenza di un mix letale di alcool e droghe. A prendersi cura di lui solo la madre che abbandonò la sua boutique in piazza di Spagna e si dedicò al figlio divenuto, ormai, semicieco e paralitico. Il padre non volle saperne nulla, liquidando la faccenda con un’agghiacciante: «Se l’è cercata». Oggi, a distanza di anni, la storia dello sfortunato Paul Getty rivive grazie a due produzioni importanti: la serie tv “Trust” diretta dal premio oscar Danny Boyle e il film “All the money in the world” del premio oscar, Ridley Scott. Trust annovera nel cast attori del calibro di Donald Sutherland (John Paul Getty I), Hilary Swank (Gail Getty) ed Harrison Dickinson (Paul), la cui messa in onda è prevista per gennaio 2018 su Fox. La serie è stata girata tra Londra, Roma, i Parchi Nazionali del Pollino e della Sila, Camigliatello Silano, Civita, Orsomarso e la Basilicata. Sarà proprio il piccolo borgo arbëreshë, già bandiera arancione e “Borgo più bello d’Italia”, a regalare i suoi scenari mozzafiato e ad impreziosire la seconda puntata della serie che conta un totale di 10 episodi. Lo stesso entusiasmo provato dalla comunità civitese è il medesimo mostrato dalla cittadina di Orsomarso, fiera di ospitare un set tanto prestigioso. «Siamo felici che Orsomarso sia stata scelta per girare questa importante serie, grazie alle sue caratteristiche ambientali e naturalistiche. Come amministrazione - dichiara in una nota il sindaco De Caprio - abbiamo sposato il progetto perché crediamo che, per il turismo e lo sviluppo del territorio, il cinema sappia apportare più vantaggi di qualsiasi altra azione di marketing diretto. Noi vogliamo che questa esperienza filmica diventi per gli amanti della serie televisiva un motivo di viaggio e di destinazione, ovviamente verso Orsomarso e la Calabria, in generale». All the money in the world si lega, invece, indissolubilmente a Castrovillari per la presenza tra gli attori di un nostro talentuoso concittadino, Giuseppe Bonifati attivo da numerosi anni a livello internazionale e sopraffino regista teatrale. Si divide, infatti, tra l’Italia e la Danimarca con la quale collabora dal 2008. Nella pellicola in uscita il 22 dicembre, Bonifati interpreterà il ruolo di Giovanni Iacovoni, avvocato di Gail Harris (Michelle Williams), durante il processo tenutosi a Lagonegro e che vide alla sbarra il gotha delle cosche dei Piromalli e dei Mammoliti. Il processo terminò con due condanne e sette assoluzioni, anche se cinque degli assolti furono condannati per altri reati. I due imputati, riconosciuti responsabili del sequestro, erano “manovali”, mentre gli unici due personaggi di rilievo accusati, Girolamo Piromalli, detto “Momo”, venne assolto per insufficienza di prove; Saverio Mammoliti detto “Saro”, invece, fu condannato per traffico di stupefacenti e associazione a delinquere. In Corte d’Appello, a Potenza, le pene furono ridotte per tutti. Tranne poche banconote ritrovate, il grosso del riscatto sparì nel nulla. Nel cast, oltre a Bonifati, anche Mark Wahlberg, Timothy Hutton, e Christopher Plummer (nel ruolo di J. Paul Getty I) che ha recentemente preso il posto di Kevin Spacey, le cui scene sono state rigirate in seguito alle accuse di molestie sessuali. Seguiremo con attenzione queste due produzioni. Vedere sul grande schermo i nostri paesaggi più rappresentativi e le nostre leve più capaci ci riempie di orgoglio e ci fa sperare di aver reso un degno servizio ad un giovane uomo i cui soldi non sono riusciti a donargli quell’affetto di cui forse aveva più bisogno.
Ci sono sport che nascono e crescono nell’ombra. Ci sono atleti che maturano nell’anonimato. I riflettori si accendono su di loro solo in occasione dei grandi appuntamenti sportivi. Ed è lì che ci accorgiamo, anche con una certa buona dose di senso di colpa, che al di fuori degli sport più blasonati c’è una galassia di discipline “minori” dove ogni giorno, e con fatica, si allenano campioni e campionesse umili, abituati alla fatica, schivi ma che al momento opportuno sanno tirare fuori le unghie regalandoci enormi soddisfazioni. Il mondo del sincronizzato è da sempre una dimensione affascinante, costellato da quelle graziose creature che, in abiti scintillanti e con la colla di pesce a tenere fermi i capelli, creano delle magie in vasca muovendo le gambe e le braccia a tempo di musica. Uno sport duro che negli anni è cresciuto tantissimo e che tra le sue più grandi stelle annovera la nostra conterranea Mariangela Perrupato. «Se vi è una magia su questo pianeta, è contenuta nell'acqua». Quanto ti rispecchi in questa citazione dell'antropologo statunitense Loren Eiseley? L'acqua per me è vita. Per oltre 20 anni è stata la mia seconda casa. Sicuramente il mio habitat naturale. Dagli esordi all'Europeo del 2004 in Polonia a Budapest 2017, quanto rimane di quella ragazzina che scoprì il nuoto a sei anni? Oggi mi sento la stessa ragazza di ieri, con qualche anno in più sicuramente, ma l'entusiasmo e la voglia non sono mai mancate. Credo che questa sia stata la caratteristica che più mi ha contraddistinto in tutta la carriera agonistica. "Soffri ma sogni", come amava ripetere Pietro Mennea. Ho sofferto, affrontato un'operazione alla schiena, ma n'è valsa la pena. Senza il supporto delle Fiamme Oro avresti potuto ottenere tutti i traguardi che hai raggiunto? Assolutamente no. Senza le Fiamme Oro, probabilmente, a livello di squadra il gruppo storico della Nazionale non avrebbe potuto centrare la qualificazione ai Giochi di Rio 2016. Sicuramente molte di noi avrebbero smesso prima. Perché questo è uno sport che a livello di emozioni vale oro ma passare tutta la giornata ad allenarsi significa anche sacrificare studio e affetti. La fortuna di poter nuotare assicurandosi un futuro lavorativo, specialmente in tempi di crisi, è stata fondamentale. In merito al sincro misto in coppia con Giorgio Minisini, quanto ti è sembrato strano, all'inizio, allenarti con un uomo? Devo ammettere che allenarsi al fianco di un ragazzo, dopo aver passato una "vita" sportiva al fianco di quelle che sono diventate amiche ancor prima che compagne di squadra, all'inizio è stato strano. Ma allo stesso tempo è stato facile adattarsi perché quando un gruppo è affiatato l'inserimento di una persona, in questo caso di un bravo ragazzo, è sicuramente più semplice. Secondo la tua esperienza, in Calabria, ci sono le strutture necessarie in grado di supportare una giovane leva che vuole intraprendere il sincronizzato? Non conosco tutta la situazione calabrese a livello d'impianti. Sicuramente il Sud paga la difficile situazione in cui versa il Paese. I tantissimi ragazzi che praticano sport meritano il meglio. Perché lo sport è vita, impegno, sacrificio e soddisfazione. E anche un rimedio per allontanare i giovani dalla strada. Quanto ti senti legata al tuo paese natale, Saracena? Saracena è il posto dove sono nata e cresciuta fino all'età dei 6 anni (oggi vive in Liguria N.d.r.). Lì abitano mia nonna e i miei parenti. E' un paesino piccolo ma speciale. Che porto sempre nel cuore. Tornarci è sempre bellissimo. Intendi partecipare alle Olimpiadi di Tokio 2020 e in caso di ritiro anticipato, come ti vedi in futuro? In un ruolo interno al movimento o preferiresti dedicarti ad altro? La medaglia d'argento ai mondiali di Budapest è stata una delle soddisfazioni più grandi. Sicuramente il miglior risultato ottenuto in carriera. Poi è arrivato il matrimonio e quindi la decisione. Difficile, sofferta, ma ragionata. Nei primi giorni di ottobre ho maturato la volontà di smettere. Adesso faccio l'allenatrice. Per il momento mi occupo di nuoto ma in futuro sogno di occuparmi di nuoto, sì, ma sincronizzato. E trasmettere a tutte le ragazze che vorranno il mio entusiasmo e la passione per questo bellissimo sport. La più grande emozione e la maggiore soddisfazione della tua carriera? La qualificazione con la squadra alle Olimpiadi di Rio rappresenta sicuramente la più grande emozione. La medaglia d'argento a Budapest, come detto precedentemente, la soddisfazione personale più grande. E la più grande delusione? La mancata qualificazione ai Giochi di Pechino 2008. Ci siamo andate davvero vicine. Ma fortunatamente, 8 anni dopo, abbiamo avuto la possibilità di rifarci. I tuoi prossimi obiettivi? Avere dei bambini, sicuramente. E' il mio sogno e anche quello di mio marito. Per quel che riguarda il lato lavorativo, invece, mi piacerebbe rappresentare un punto di riferimento, magari come tecnico, di molte atlete. Perché il nuoto sincronizzato era, è e sarà sempre una parte fondamentale della mia vita.
La mafia uccide solo d’estate – La serie in onda su Rai Uno ogni lunedì ha sbaragliato la concorrenza facendo registrare ascolti lusinghieri. Ispirata all’omonimo film rivelazione di Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, la fiction nasce con lo scopo di raggiungere un vasto pubblico raccontando il fenomeno mafioso attraverso il punto di vista di una normalissima famiglia siciliana: i Giammarresi; composti da padre impiegato, madre supplente, sorella rivoluzionaria femminista e figlioletto che osserva curioso il mondo nel suo evolversi. Ben presto i quattro protagonisti - ai quali si accompagna lo zio guascone e un filo superficiale - si ritrovano, loro malgrado, ad intrecciare le proprie vite con alcuni episodi chiave della storia siciliana. L’amicizia che il piccolo Salvatore instaura con il commissario Boris Giuliano prima e con il giornalista Mario Francese poi, è la spia di una volontà ben precisa di analizzare i fatti dal focus di chi le vicende, e le relative conseguenze, non le ha vissute in prima persona ma le ha subite. Inerme. Siamo ben lontani dalle atmosfere cupe, seriose ed a tratti lugubri alle quali la fiction nostrana ci ha abituati ogni qual volta ci si confronta con tematiche tanto importanti. Be’, in questo caso, occorre ringraziare la scrittura fresca, innovativa, veloce, salace che incarna lo stile scanzonato di Pif. L’ironica è l’arma che scardina una narrazione che altrimenti sarebbe risultata come un copia e incolla già visto. Ridicolizzando i mafiosi li si fa apparire per quello che sono, ovvero sia dei perdenti. In La mafia uccide solo d’estate – La serie non c’è il fascino del male che si può trovare in Gomorra, non c’è spiraglio per fraternizzare con il nemico o desiderio di emulazione. Il solco in cui nasce e si sviluppa la fiction è quello tracciato anni or sono da Peppino Impastato con la sua Radio Aut. Quello che più spaventa i professionisti del crimine è la sagacia accompagnata da un cervello pensante che consente di non nasconderti ma di reagire. Con ogni mezzo a disposizione.

L’America ha scelto Trump

Mercoledì, 09 Novembre 2016 17:04
Le elezioni americane e la conseguente vittoria del repubblicano Donald Trump sulla democratica Hillary Clinton ci lasciano un grande insegnamento: tutto ha una fine, anche il sogno americano. La notizia della vittoria del tycoon newyorkese giunge in Italia alle prime luci dell’alba, dopo una notte di sondaggi, proiezioni, maratone televisive fiume con il sentore che si fa sempre più una certezza ovvero sia che la Florida, da sempre tra gli stati in bilico, avrebbe dato corpo e volto al più grande errore della storia democratica. Il numero dei senatori necessari per decretare il 45o presidente degli Stati Uniti d’America c’è, è tutto pronto, servito su di un piatto d’argento per l’ingresso di Donald davanti ai suoi elettori radunati nel quartier generale di New York. Con spocchiose ed altisonanti parole, degne del suo stile “chiassoso” e sopra le righe, il neo presidente ringrazia tutti e, a poco a poco, ti ritrovi a guardare sullo schermo un sogno che si sgretola, parola dopo parola. E non mi riferisco all’auspicio di vedere alla Casa Bianca una donna, sarebbe stato un notevole segnale di civiltà, ma alla consapevolezza che l’american dream er a solo un concetto utopico favoleggiato dai beat e durato una manciata di anni. La vittoria di Trump ci conferma la tendenza del momento, o per meglio dire leva solo la polvere nascosta da sotto il tappeto. Ci siamo illusi che potesse essere rimossa semplicemente dimenticandola. L’election day ci ha dimostrato che il bulletto ha sempre la meglio, che il denaro può tutto, che la deriva populista ed estremista sta intaccando le fondamenta della società, la sta infettando, distruggendo anche quel briciolo di umanità e di empatia tra gli individui che faceva di noi degli “esseri umani.” Questa nuova società è una società del “tutti contro tutti”, dove vige la legge della giungla, dove ha la meglio chi infanga di più l’altro a colpi di accuse, veleni, degne di un’elezione comunale di un qualunque paesino sperduto, non di una grande potenza mondiale. E’ l’apogeo della disperazione di una middle class arrabbiata, offesa, incattivita. Quello che ci resta di questi giorni compulsivi è una brutta pagina di una pessima politica. Cosa diremo al figlio del contadino dell’Alabama che vuole diventare qualcuno, o alla donna madre e moglie che aspira ad un’indipendenza economica, al ragazzino preso in giro a scuola perché omosessuale, alle persone di colore, alle giovani violentate da uomini arroganti che si credono i padroni del mondo? Cosa diremo? Diremo, forse, che l’America non è più il paese dove ognuno può diventare ciò che vuole? Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della caduta del muro di Berlino la speranza è che non vengano eretti altri muri.
Se la prima puntata dei Medici, in onda ogni martedì sera su Rai uno, mi aveva lasciata piacevolmente impressionata seppur con qualche riserva, la seconda mi ha definitivamente conquistata. Non solo per la freschezza di una scrittura dinamica che va a sciacquare i panni nelle sacre acque della Hbo, canale americano che produce le serie più coinvolgenti degli ultimi anni, ma svecchia di fatto il linguaggio Rai allontanandolo dal bigottismo a cui ci eravamo abituati negli ultimi tempi. Assistere a svariate scene di nudo sia etero che omosessuale non ha precedenti per la nostra storia televisiva. La serie narra le vicende di Cosimo (Richard Madden) primogenito di Giovanni (Dustin Hoffman) ed erede dei Medici che, suo malgrado, si ritrova a dover accantonare i sogni d’artista per gestire la banca di famiglia. Cosimo è un uomo di indubbio carisma, capace di trarre sempre il meglio da ogni situazione, molto religioso, ma questo non lo esula dal commettere efferatezze per opera del suo braccio destro Marco Bello (Guido Caprino). Costretto ad un matrimonio combinato con la nobile Contessina de’ Bardi, con la quale avrà un rapporto che oscilla tra l’amore e la forzata sopportazione, Cosimo sfoga tutto il suo genio creativo nella sovvenzione di grandi opere che possano dare gloria a Firenze e lustro alla famiglia Medici; come la cupola autoportante del Brunelleschi. Acerrimo nemico di Cosimo è Rinaldo degli Albizzi che, accusandolo di praticare l’usura, gli metterà contro l’intera Signoria. Alla fine gli verrà risparmiata la vita, ma verrà mandato in esilio a Venezia. I costumi, le scenografie, i dialoghi e il doppiaggio sono, a mio avviso, ben riusciti. L’uso smodato dei flashback per raccontare Cosimo da giovane appaiono smodati nella prima puntata e decisamente contenuti in seguito. Sono stati riscontrati alcuni svarioni ed inesattezze storiografiche, ma sarebbe assurdo pensare di poter imparare la storia di questa grande famiglia attraverso una fiction, per il semplice fatto che il termine stesso “fiction” contiene al proprio interno la pregiudiziale della fallacità, in quanto è unione osmotica di realtà e finzione. La serie tv può dare le linee guida, instillando nel telespettatore la curiosità a saperne di più. E’ normale che all’interno dell’economia del racconto e, al fine di rendere la trama più appetibile, vengano inseriti elementi che si discostano dalle pieghe originarie del racconto: ad esempio il piccolo giallo sulla morte di Giovanni de’ Medici. Gli ascolti altissimi hanno premiato il prodotto e all’estero si sono dannati l’anima per beccare un streaming degno di questo nome. Una volta tanto anche loro sanno cosa si prova.
Dieci cose è il nuovo programma di intrattenimento del sabato sera di Rai Uno condotto da Flavio Insinna e Federico Russo. L’ex vj di Mtv e il conduttore dei “pacchi” ce l’hanno messa tutta eppure l’esperimento di ritorno al varietà è risultato indigesto al pubblico nostrano che l’ha premiato con ascolti fiacchi. Il format è semplice quanto banale. Due ospiti in studio si raccontano attraverso una classifica delle 10 cose importanti della loro vita inscenate attraverso coreografie, filmati ad hoc, musica dal vivo e duetti canori. Il lancio di ogni “cosa” spetta alla storica annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti instillando, da subito, il ritrito effetto “come eravamo” tanto caro a mamma Rai. L’attingere costantemente e ripetutamente al passato è spia del fatto che, purtroppo, non si è in grado di mettere a punto uno show all’altezza di quelli di un tempo. La conduzione melensa ed ossequiosa di Insinna non aiuta in questo senso. La sua presenza è talmente ingombrante da fiaccare anche il più piccolo proposito di Russo di adottare uno stile di conduzione “giovane.” La classifica, elemento vetusto ed antiquato, è l’ultimo dei problemi. Sarebbe anche un’idea carina se sciorinata in maniera meno manierista, tagliando, magari, il puntuale talk esplicativo: lungo e monotono. A parte l’improponibile orario di messa in onda - le 20.35, che è infelice quanto sadico, visto che la trasmissione termina alle 23.30 passate - quello che sega le gambe a Dieci cose è proprio il talk. Un inutile chiacchiericcio con conseguente entrata di ospiti in studio che restano la durata di pochi minuti che risultano più molesti che utili. Se non si vuole la chiusura prematura dello spettacolo sarà opportuno apportare alcuni cambiamenti, dando corpo ad un prodotto più dinamico e meno dilatato, più frizzante e meno “polpettone della nonna”, più da sabato sera e meno da infrasettimanale sfigato. Se la Rai non dovesse riuscire nell’intento può rispolverare, come extrema ratio, un Don Matteo d’annata che, sarà pure visto e rivisto, ma garantisce sempre ottima resa con il minimo sforzo.
“Il sogno di Francesco” il nuovo attesissimo film che racconta la vita e le opere del fraticello di Assisi sarà in tutte le sale a partire dal 6 ottobre, dopo l’anteprima ad Assisi, per la regia di Renaud Fely e Arnaud Louvet. A dare volto ed anima ad uno dei personaggi più rappresentativi ed enigmatici della cristianità non poteva che essere uno degli attori più talentuosi del cinema nostrano: Elio Germano assieme ad Alba Rorhwacher nei panni di Santa Chiara. L’attore romano, non nuovo ad interpretare personaggi dotati di un mix esplosivo di carisma e personalità - non ultimo citiamo la superba interpretazione di Giacomo Leopardi - ha portato sullo schermo tutta la forza espressiva di un Francesco laico, prediligendo la figura dell’ uomo a quella del santo. Il film racconta di Francesco e dei suoi compagni, del conflitto tra sogno e realtà istituzionale, della 'Regola', cioè la vita che scelgono di condurre i frati, della sua strenua battaglia per la pace, tratteggiando il rapporto conflittuale con Elia da Cortona, uno dei primi seguaci di Francesco, con il quale condivideva la fede ma non la medesima visione che avrebbe dovuto assumere l’Ordine. Elia, profondamente distante dall’utopismo del maestro, è molto più pragmatico, realista, si rende conto che per proseguire nell’evangelizzazione c’è bisogno di una Regola mentre Francesco propendeva per vivere il vangelo, passateci il termine, in maniera quasi anarchica. Ma è proprio in questo che risiede la forza del santo, nel farsi “ultimo tra gli ultimi” per rieducare una chiesa completamente alla deriva e rosa dagli egoismi interni, reggendone il peso sulle sue fragili spalle. «È il film più francescano mai fatto su di lui - ha commentato Germano - perché non mette al centro Francesco, ed anche lui stesso del resto non voleva passare per santo, e perché racconta l'esperienza degli altri suoi compagni, in precedenza sempre messi in ombra. Rispetto alla tradizione cinematografica, dal mio studio sul personaggio è venuto fuori un uomo che non lotta con i demoni. È, invece, un Francesco risolto che fa del suo esempio personale un modo per comunicare, mettendosi al di sotto delle cose. Per lui i poveri erano un modello da imitare, non da salvare. Francesco ha tanti fratelli e forse non sa cos’è l’amicizia. Il suo è un percorso di amore universale. I rapporti esclusivisti sono banditi” sottolinea ancora Germano, che si è detto profondamente onorato di vestire i panni del “giullare di Dio” tanto da assorbirlo fino a diventare una cosa sola con il personaggio, in un processo graduale di emulazione che sfocia in un lavoro “vibrante”».

Un medico in famiglia 10 vince ma non convince

Venerdì, 09 Settembre 2016 16:53
Parte con il botto la decima stagione di Un medico in famiglia in onda tutti i giovedì sera su Rai Uno. La serie più amata e longeva della televisione italiana fa registrare buoni dati in termini di ascolto ma fiacca, per non dire ammazza, le speranze di assistere ad un qualche rinnovamento che non sconfini nello scopiazzo e nel nonsense. Il fulcro centrale di queste dodici puntate sarà la dubbia paternità di Anna. Ebbene sì, sarà la giovane diciottenne Martini a tenere banco contesa tra il padre putativo, Lele, e il presunto genitore biologico Valerio Petrucci che scopriamo essere stato l’amante della defunta Elena, prima moglie del dottor Martini. Dopo venti anni di assenza Petrucci torna a Roma ed invia un messaggio al suo grande amore mai dimenticato, convinto di trovarla ancora viva e vegeta in quel di Poggio Fiorito, quando scopre che così non è, gli viene il dubbio (dopo venti, e dico, venti anni) che forse il figlio che aspettava all’epoca potrebbe essere suo. E già qui siamo di fronte ad un cratere narrativo di proporzioni gigantesche, quasi quanto le buche di Roma. Ci sta che l’uomo abbia trascorso gli ultimi anni all’estero – che poi è stato a Londra, mica in Papuasia – ci sta che in questo enorme lasso di tempo non sia mai passato per Roma neppur per sbaglio, ma è assurdo che un uomo possa convivere con questo rovello della paternità senza volerlo approfondire prima, nonostante la donna, all’epoca dei fatti, avesse scelto di restare con il marito. Ecco, questo ingranaggio poco oliato pare stridere con il resto della storia che, di fatto, è sempre la solita solfa che si ripete. Lele è di nuovo protagonista di casa Martini e non solo. Dovrà tenere a bada i figli, che spuntano fuori come conigli da un cilindro, gli specializzandi, entrati nell’organico della clinica, la moglie Bianca attualmente in Francia con l’ultimo arrivato Carletto e nonno Libero che a sua volta si barcamenerà tra nipoti adolescenti afflitti dai primi amorazzi e piccoli e grandi problemi di tutti i giorni come la new entry Maddalena; figlia di un suo amico scappato a Cuba con l’amante, che avrebbe l’ardire (almeno sulla carta) di sostituire la mai dimenticata Cettina e il suo precedente rimpiazzo Melina, ma sulle prime si dimostra incapace di fare sia l’una che l’altra cosa. La decima stagione ha qualcosa di già visto, oltre ai rimandi alle serie oltreoceano - vedi Grey’s Anatomy - con il nuvolo di specializzandi e le vicissitudini di Lorenzo e Sara, un po’ avulsi dal contesto generale, almeno in queste prime due puntate. Ma Un medico in famiglia non strizza l’occhio solo alle series ma attinge anche da se stesso, dunque si auto plagia, dimostrando di non poter fare a meno dell’aeroporto, che si conferma ambientazione preferita della scena di apertura di queste due ultime stagioni. Nonostante questo sono convinta che in futuro la fiction continuerà a macinare audience perché tutto sommato, quello del medico, è un format rassicurante, abbiamo quasi un’affezione per questi volti che ci fanno compagnia da circa venti anni e nonno Libero, malgrado tutto, riesce sempre, nel bene o nel male, a strapparti una risata. Ma quando gli autori vanno ad infognarsi nel passato pescando una storia tanto assurda quanto greve, significa che, alla lunga, le idee scarseggiano e in quel caso, più che accanirsi, sarebbe meglio staccare la spina.
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