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L’importanza del profumo dei libri

Domenica, 10 Febbraio 2019 11:29 Scritto da
I booklovers lo sanno bene. Il profumo dei libri è qualcosa di inebriante, che crea dipendenza. Entrare in una libreria ed annusare centinaia di volumi disposti negli scaffali ed incolonnati per autore, casa editrice, anno di pubblicazione: è una medicina per l’anima. I libri, vecchi e nuovi, emanano una varietà di profumazione, frutto dei composti - tra cui la lignina che aiuta le fibre di cellulosa a concatenarsi insieme e anche responsabile dell’ingiallimento e del percorso finale dell’ossidazione e della degradazione del volume - con i quali vengono realizzati e che, nel corso del tempo, si volatilizzano, conferendo loro quella tipica fragranza: il classico profumo dei libri. Tuttavia, l’aroma dei libri è diverso. Per un’enciclopedia è necessario l’utilizzo di una carta specifica e una lavorazione tale da mantenerne nel tempo la stabilità e la consistenza; mentre, per una pubblicazione che avrà una vita più breve, vengono utilizzati composti con una minore concentrazione. Oggi vengono utilizzati procedimenti chimici per abbattere l’uso di lignina, amalgamando la cellulosa con le fibre di cotone naturale sottoposto ad idrolisi e ad altre lavorazioni al fine di fornirci un prodotto di alta qualità resistente nel tempo.
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Il Nome della Rosa, la serie evento tratta dall’omonimo best seller di Umberto Eco è approdata sugli schermi della prima rete nazionale e ci terrà compagnia per quattro puntate, per un totale di otto episodi. L’abbazia benedettina sconvolta da morti inspiegabili e sospette ci trascina in un’atmosfera noir e cupa, tipica del Medioevo, epoca in cui il romanzo è ambientato. Il prode Guglielmo di Baskerville, interpretato da un convincente e pieno di talento John Turturro, giunge presso l’abbazia poiché incaricato dal futuro imperatore Ludovico di Baviera di affrontare la Disputa con la delegazione papale, presieduta dall’inquisitore Bernardo Gui, alias Rupert Everett, incaricato da Papa Giovanni XXII di assicurarsi che sua Santità mantenga, non solo il potere spirituale, ma soprattutto quello temporale. In questo clima di fortissima tensione si stagliano le morti improvvise di svariati monaci benedettini e Guglielmo si ritrova a dovere svolgere l’ingrato compito di venire a capo di un’intricata matassa di morte e dramma dai risvolti tetri. Il francescano si dimostra essere un segugio nello scovare prove, indizi e soprattutto cadaveri. A fare da sfondo a questa carneficina è la biblioteca, vero e proprio labirinto che rischia di risucchiare chiunque vi metta piede. Al seguito di Guglielmo troviamo il giovane Adso da Malek (Damian Hardung), scappato dal padre che lo vorrebbe avviare alla carriera militare, mentre lui sceglie la vita religiosa. La potenza del romanzo di Eco trasuda dai dialoghi e incanta il telespettatore che si lascia condurre nei meandri dei loschi intrighi papali e sacerdotali. Una prosa ipnotica talmente forte da portare a casa il risultato senza apparente sforzo. Ma se così è, perché il Nome della Rosa non riesce a sfondare negli ascolti e bissare il successo de I medici – Lorenzo il Magnifico o dell’Amica Geniale, eccellenti prodotti Rai distribuiti in tutto il mondo che hanno tenuto incollati al teleschermo ben più di quattro milioni di spettatori? Beh, la risposta sarebbe da trovare in un certo qual clima di poca empatia che dalla fiction passa allo spettatore. C’è come una sorta di velo che impedisce di catapultarsi all’interno di quell’abbazia e appassionarsi alla vicenda. E non mi riferisco alle capacità attoriali, peraltro di altissimo livello, e non menzionerò neppure il confronto con la pellicola del 1986 con uno Sean Connery in uno stato di grazia; ma si avverte la mancanza di un certo je ne sais quoi nella sceneggiatura. Una sorta di compassata magnificenza rende le vicende di questi monaci lontane da noi. Le osserviamo con distacco, senza mai entrare troppo in quelli che sono i loro vizi, le loro virtù, le loro emozioni. Una patina di neve, e nella fiction ce n’è tanta, che ammanta tutto e ovatta i nostri occhi e le nostre orecchie. Le immagini scorrono e noi aspettiamo solo che finisca.
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A farci compagnia per tutta la durata dei Euro 2016 la Rai ha pensato bene di mettere su una trasmissione che ha l’ardire di unire calcio ed intrattenimento. Come se fosse una cosa facile.Infatti il Grande Match, condotto da Flavio Insinna ogni santa sera intorno alle 23.10 più che un programma divertente pare un’accozzaglia di generi televisivi. Una sorta di minestrone con talmente tanti ingredienti dentro che fai difficoltà a distinguere una carota da una zucchina. Insinna, con la solita arte oratoria da parroco di campagna, ci ammorba - parlando a raffica - con uno spezzone iniziale che è un concentrato di retorica delle più spicce condito qua e là dal solito mantra ″Grazie, Rai Uno.″ Gli ospiti in studio si alternano di serata in serata, mentre il cast fisso annovera tra le sue figure di spicco Marco Mazzocchi, per la parte tattica, Arrigo Sacchi, per il commento tecnico, Federico Balzaretti, l’onnipresente Zazzaroni che tratta di sport e di ballo con la stessa nonchalance con cui un fruttivendolo ti parla di Eurobond e Marco Tardelli tanto per innescare subito il come eravamo che va tanto di moda. Ma dicevamo i generi televisivi. Innanzitutto il calcio. Commenti, battute e l’agghiacciante siparietto del ″come giocheresti la partita tu″ con tanto di plastico, lavagna luminosa e scrivania/cattedra. Sembra di vedere il buon Vespa in azione. La cucina. Ormai immancabile in ogni trasmissione nostrana che si rispetti con tanto di cuoco che allo scoccare dell’ora X butta la pasta e fa terminare la trasmissione all’italica maniera: a tarallucci e vino, a pasta e vino, in questo caso. Il varietà. Orchestrina guidata dal maestro Angelo Nigro e spazio canoro che sa tanto di balera estiva. Emotainment. Intervista strappalacrime con il classico contributo video. Il trash made in D’Urso è davvero dietro l’angolo. Per farla breve, il Grande Match ridicolizza il calcio e non riesce a trattarlo in maniera frizzante senza risultare pedante o da addetti ai lavori. La totale assenza di dibattiti intelligenti e capaci di catturare l’attenzione del telespettatore ci consegna un prodotto che appare come l’ennesima occasione sprecata. L’unica nota compassionevole va a Sacchi. Ci dispiace Arrigo, ti siamo vicini.
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Gianfranco Cabiddu propone un incontro 'magico' sull'isola dell'Asinara, fra La tempesta di Shakespeare e L'arte della commedia di Eduardo De Filippo in “La stoffa dei sogni”. Il film, con un cast che comprende Sergio Rubini, Ennio Fantastichini, Teresa Saponangelo e Renato Carpentieri, e in un cameo, Luca de Filippo, rende omaggio a due grandi maestri e capocomici «che hanno sempre pensato prima di tutto al pubblico, veicolando con la levità del racconto, i temi più profondi». Da ragazzo, spiega il regista «ho avuto la grande fortuna di lavorare per Eduardo, nel periodo in cui ha tradotto in napoletano antico 'La tempesta', registrandone anche una versione audio per voce sola». Anni dopo visitando l'Asinara, «che ora è un parco naturale, mi sono reso conto di come sia veramente l'isola di Calibano. Ho così deciso di ambientarci la storia di perdono de La tempesta, unendo anche elementi de 'L'arte della commedia' di Eduardo, dove c'è una compagnia di attori che resta senza teatro, quando questo va a fuoco». Nella favola moderna, ambientata in un'Italia da primi anni '60, dopo un naufragio notturno, due guardie, alcuni camorristi guidati da Don Vincenzo (Carpentieri), e la piccola compagnia familiare del capocomico Campese (Rubini), si salvano approdando sull'isola - carcere dov'erano destinati i criminali. Una forzata 'collaborazione' tra attori e malavitosi, rende difficile per De Caro (Fantastichini) il direttore del Penitenziario, capire quali siano i buoni e quali i cattivi.
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Le Perseidi, uno spettacolo unico

Mercoledì, 12 Agosto 2015 17:11 Scritto da
Quello di quest’anno si preannuncia come uno spettacolo unico. Sono le stelle cadenti più attese, le Perseidi delle notti d’agosto, chiamate così perché il radiante, ossia il punto sulla volta celeste dal quale provengono le meteore, si trova nella costellazione del Perseo e che promettono di essere davvero indimenticabili perché la luna nuova lascerà loro il giusto spazio e il giusto buio per risplendere. «Per ritrovare un cielo simile bisognerà aspettare ben tre anni - osserva l'astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope - Un'altra notte di stelle candenti, senza Luna, ci sarà infatti soltanto nell'agosto 2018». Astronomi, astrofili e appassionati del cielo sono già allerta, pronti a partecipare alle tante serate dedicate alle stelle cadenti in tutta Italia. '«Sebbene l'appuntamento più noto con le stelle cadenti sia quello della notte di San Lorenzo, il 10 agosto, il picco è atteso nella notte fra il 12 e il 13 agosto» spiega Paolo Volpini, dell'Unione Astrofili Italiani (Uai). Si può quindi cominciare al alzare gli occhi fin da adesso in cerca delle prime scie luminose.