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L'epoca che stiamo vivendo verrà ricordata per le tante difficoltà che ognuno, nel proprio quotidiano, sta affrontando. Con l'avvento della pandemia siamo stati costretti a cambiare usi, costumi, tradizioni e tutte quelle pratiche che definivano normali, oggi hanno assunto un carattere di straordinarietà. La storia che segue è proprio da ricordare, per la straordinaria forza d'animo che una studentessa universitaria vesuviana ha dimostrato in questa fase. La protagonista di questa storia al lieto fine é Chiara Guastaferro, una studentessa di Terzigno che proprio ieri, ha conseguito brillantemente (con 110 e lode) la laurea in Infermieristica dal titolo "Il vissuto del parto ai tempi del covid". In tempi di Covid e positiva al Covid, Chiara ha deciso di portare al termine il suo percorso universitario regalando con orgoglio un momento di grande gioia alla sua famiglia che vive giorni davvero difficili. Per Chiara non c'è stata la stretta di mano dei professori e neppure l'abbraccio dei propri cari. Solo una fredda voce trasmessa da un PC che gli ha confermato quanto sia stata brava e perseverante nonostante le asperità degli ultimi mesi. Le lauree ai tempi del coronavirus sono silenziose, discusse in solitaria e lontane dagli affetti più importanti. Ad essere orgogliosi di Chiara è tutta la comunità terzignese che gli porge i migliori auguri per questo agoniato traguardo e la ringrazia per la dose di ottimismo e per il grande esempio che sta dando. Grazie Chiara, perché con la tua forza hai dimostrato che nessun traguardo è precluso e se si desidera una cosa, la si può ottenere con sacrificio e abnegazione. Grazie, perché in un momento storico così difficile hai scelto di mettere la tua vita a disposizione degli altri. Potrebbe non essere semplice il percorso ma siamo certi che Chiara  saprà affrontare le difficoltà con la caparbia e la forza che la contraddistingue! Ad maiora Chiara

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È morto l'attore Gigi Proietti

Lunedì, 02 Novembre 2020 06:34 Scritto da

È morto alle prime luci dell'alba l'attore romano Gigi Proietti. Ricoverato da giorni in una clinica romana per accertamenti, era stato colpito ieri da un grave scompenso cardiaco. Da subito le sue condizioni erano apparse molto serie. Proprio oggi Proietti avrebbe compiuto 80 anni. In una carriera lunga oltre 50 anni ha spaziato dal cinema al teatro. Memorabile il successo di 'A me gli occhi, please'. 'Nelle prime ore del mattino - spiega la famiglia - è venuta a mancare all'affetto della sua famiglia Gigi Proietti. A darne l'annuncio i familiari di Proietti: Sagitta, Susanna e Carlotta.

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Ricostruire la tragica vicenda di Corradino di Svevia non era un’impresa facile, perché tutto avvenne, nel giro di soli sedici anni, verso la fine del 1200 e le fonti, dirette, sono poche, anche per colpa di un incendio che ha devastato l’Archivio angioino negli anni della seconda guerra mondiale (era stato per precauzione trasferito a Nola) e che ha distrutto tutto il carteggio dal quale si sarebbero potute ricavare informazioni decisive. Ma a dispetto delle asperità della ricostruzione, Lino Zaccaria non si è avvilito e per anni ha scavato alla ricerca di tutto quello che poteva contribuire a far luce sulla vita, sull’avventura e sulla morte dell’ultimo rampollo degli Svevi, sceso in Italia dalla natia Baviera per tentare di riprendersi quel trono che era stato del padre e del celebre nonno, Federico II. Il generoso tentativo del giovanissimo principe svevo si tradusse in una tragedia immane, che giunse all’epilogo proprio a Napoli, in quella che è oggi piazza Mercato, sotto gli occhi commossi e atterriti di migliaia di cittadini, radunati apposta perché quella decapitazione fungesse da monito. La descrizione dell’uccisione di Corradino di Svevia è il “piatto forte” della ricostruzione che l’autore ha proposto ai lettori con “L’aquilottto insanguinato”, edito da Graus, in questi giorni in libreria. Il saggio si apre con un’introduzione di carattere storico sullo scenario nel quale era maturata tutta la vicenda. Corradino aveva appena poco più di sedici anni. All’inizio la sua sembrava un’avventura destinata al successo contro l’usurpatore Carlo d’Angiò, che il Papa aveva insediato sul trono di Napoli. Ma l’impresa era fallita a Tagliacozzo, in Abruzzo. Proprio quando sembrava che il giovane principe potesse avere la meglio al termine di una sanguinosa battaglia campale, il rivale, grazie ad un’abile mossa tattica di un suo vecchio condottiero, era riuscito a prevalere. Corradino, in fuga, era stato catturato sul litorale laziale, tradito dall’anello imperiale che ancora portava al dito. E chi lo aveva catturato, Giovanni Frangipane, lo aveva poi consegnato a Carlo d’Angiò. Un passaggio ancor oggi discusso di questa vicenda: fu Frangipane un traditore nel consegnarlo al re angioino, visto che in passato erano stato fedelissimo degli Svevi? A questo interrogativo l’autore cerca di rispondere citando sia quelli che condannano il Fragipane, sia quelli che lo giustificano. La citazione letterale delle fonti consultate è una consuetudine che Lino Zaccaria ha mutuato dalla sua lunghissima esperienza giornalistica e che, come asserisce nella premessa, deliberatamente ha inteso seguire. Lo sottolinea nella prefazione anche Pietro Gargano: “La scrittura è sorvegliata, semplice, volutamente scarna, perché la ricerca della verità non ha bisogno di abbellimenti di maniera. Eppure queste pagine si leggono in un solo respiro, perché lo stile di un cronista vero è fatto di ritmo, di pause sapienti, di idee incalzanti. Il racconto dell’esecuzione è emozionante, nonostante sia privo di toni truci, di dettagli sanguinolenti, di particolari di fantasia come il guanto di sfida lanciato dal morituro, come l’aquila svolazzante. E’ perfetta l’atmosfera di macabro stadio, con la folla accorsa allo spettacolo della morte, con il tappeto rosso fino al palco del boia, orrenda forma di rispetto fasullo per il condannato”. Chiusa la ricostruzione storica, dedicato un lungo e significativo passaggio al testo e all’analisi della celebre poesia di Aleardo Aleardi (“era biondo, era bello, era beato…”), l’opera si chiude con due “chicche”: l’intervento di Ciro Discepolo che descrive il quadro astrale del protagonista e conclude che era scritto nel destino che dovesse morire tragicamente. E infine con un’intervista ad una medievalista di fama, Gabriella Piccinni. La quale, facendo violenza al suo impulso di “terzietà”, alla fine conclude che fra i due, Corradino e Carlo d’Angiò, la figura del primo è quella verso la quale si indirizza la più naturale simpatia.

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Donde viene, da quale storia, l’ultima plaquettela ballata del tempo a ritroso di Salvatore Violante?

È stato detto della poesia di Eliot che essa ci parla in modo realistico, che i suoi uomini in maniche di camicia davvero ci mostrano le cose; e che la poesia dev’essere tale, realistica; ora, Carlino (Sud/I poeti, V, Cosenza 2019, p.  187) dicein una breve introduzione ad alcune poesie di Violante, che “chi scrive parla dalla strada” e Grasso (“Infiniti Mondi” n. 12 (2019) , dice di lui poeta di strada … , nonostante i riferimenti anche illustri) – allora com’è questo essere per strada, che chiamo realismo, di Violante? 

Provo ad abbozzare i caratteri della poesia di Violante, quindi, le sue immagini.

La sua terra, le forme (in Moti e terremoti Torino 1987,  poi riedita; e quindi il vulcano (cfr. A. GiassiI  giri d’angolo di Salvatore Violante, Roma 2014, 13, 27:  “poeta vesuviano…”,  in Gente per strada, 13…), una presenza da cui non si può prescindere, dal momento che chi passa dalle parti dell’autore è immancabilmente colpito da quel versante del Vesuvio, incombente, che nemmeno sembra tanto minaccioso, ma è una fiancata brulla, d’una lava grigio-scura, a pochi metri, scoperta su quel lato della strada…, come farne a meno? Di temerla ma anche innamorarsene, anche vedere l’aspetto vitale di quel terreno? (Pedicini, cit. da Giassi, 77).  Terra mitologica, di antichissima cultura, da questa e dall’altra parte del vulcano, con i riferimenti classici ( Grasso, Infiniti mondi, cit., 222 e Sud/I poeti, , Carlino, cit.,  186,); il riferimento all’umanità che vive, come il poeta, aggrappata alle falde, e anche no  (Moti e terremoti: “e poi sono del Sud…”, cit. in Giassi, 75 e 79; Spagnuolo e Nazzaro; Itinerario di versi diversi, Roma 2013,  8; Gente per strada, 10, …), con l’elemento di forte critica socio-politica (e acquisita presa di consapevolezza, legato alla cultura socialista e comunista (Giassi  7: sembrerebbe quella di stampo rivoluzionario, radicale) italiana ed europea, il fiume planetario, che grida ( Infine, in  Itinerario di versi diversi,  48) che spesso si presenta come una bandiera (anche in La ballata del tempo a ritroso, riferita ai tempi di Isernia, ma diverso …); dunque elemento locale e globale(Grasso, come Carlino,  dice condivisione) e insieme politico e antropologico (Carlino, Sud/I poeti, 186 “senso colorato di mediterraneità/ compito comunitario del poeta… portavoce di una collettività”),; la ulteriore saldatura di tutto alla propria esperienza di vita, il “privato”,   … questi elementi, stando all’inventario, e altri ancora.  

Guardando poi e attraversando da un altro punto di vista, un aspetto della mente poetante, che emerge, e che porterei in primo piano è l’aspetto etico della propria situazione nel mondo. Etica è condurre vita secondo verità; è assunzione di responsabilità nel mondo; denuncia,                     

Un pisciatoio il cielo, …

                                           la discarica fuma …

, in Sud/I poeti, 193 (momento etico, politico, sociale, mitologico; a Sebastiano Vassalli, 189-90) …; La gente del Sud, critica sociale, cit. in Giassi 21  … ma, all’ intersezione tra privato e sociale, 

 

 

                                                   Questo è un tempo desertico

                                                   Le impronte

                                                   S’adunano col vento e si disperdono.

                                                   Questo

                                                   Svuotato,

                                                  È un mondo senz’un’anima

                                                  Rifabbricato a forza di vocaboli. 

 

                                                  Intorno a nulla… , cit. in Giassi 28 ;

 

Tale aspetto, poi, va connesso all’uso che Salvatore Violante fa del linguaggio, un uso molto consapevole, dovuto alla sua estrazione linguisticasaldatura di tutto questo magma che s’è detto  alla propria istruzione e formazione classica (Carlino, Sud/I poeti,186), con forme prosodiche ben definite, pur  provenendo da famiglia di modeste origini; Gente per strada, 9;  R. Urraro in Secondo Tempo dice dell’uso naturale dell’endecasillabo da parte di Violante, recensendo Sulle tracce dell’uomo, e lo cita Giassi, 62 sgg; insieme, Violante cerca di saldare tutto questo humus colto alla tradizione popolare. A volte l’uso del dialetto, (Gente per strada, 11, 55, 61…   (v. anche, p. e., in Giassi, 35, e Itinerario di versi diversi, 43). Se la poesia è una successione di parole che vanno cantate, qui lo è fin nella forma popolare della ballata: v. Mimmo Grasso in Infiniti Mondi, cit., 219. 

La dimensione etica, conduzione di vita secondo verità, non può fare a meno dell’elezione linguistica del poeta; e questo sono i modi per i quali Violante è poeta realista, e che parla della strada, ma diversamente che altri.

Il governo della lingua – dunque, come titolò, genitivo soggettivo oppure oggettivo che sia, Seamus Heaney, comporta privilegio e responsabilità; forse che da questo deriva qualche forma di salvezza? A volte tutti sembriamo crederlo, quando siamo nel fervore dell’impegno e delle occasioni; altre volte siamo vinti dalla vita, dalle sue situazioni, dalla vicissitudine, che ci opprime e schiaccia. Difatti R. Giorgi dice, cit. da Giassi, 62, che non si è ancora, in questi versi, oltre l’uomo, ma nel movimento per superarlo …

Banale, rispondere con il no. L’etica non è salvifica. “Tonalità di silenziosa disfatta”, “lucida amarezza” sono presenti, cita   Giassi, 36, 45… 

Ma, sebbene consueto, più importante e giova forse ripeterlo: cosa dà forza? Solo la consapevolezza del buon lavoro compiuto e riuscito, al momento, qualunque esso sia; del salvato mondo degli affetti, comunque sia, che resta puro (la dedica al figlio di Gente per strada; le poesie come “Amore mio…”, da La Meccanica delle pietre nere, cit. in Giassi, 34, …   ; “Martina” …, cit. in Giassi, 44; e come dire allora che “ho fatto tutto quanto stava in me”.

 

Tra il disastro dell’esistenza, qualunque essa sia, anche la più splendida, e gli spiragli di redenzione: in questa oscillazione a mio parere, (Gente per strada, 28; 34, 35, 36…) si muovono i versi, così caratterizzati, di Salvatore Violante. La ballata del tempo a ritroso (2019) rappresenta un momento di provvisorio equilibrio e compostezza su/tra forze diverse: 

Questo mi torna spesso alla memoria

                Flashback d’un tempo. Torna forse senza

                Che ancora sia compresa la portata.

 

Come a volte avviene per lavori meno recenti:

 

                Sanno d’antico e di fantasmi i pini

                Sulla città sepolta

                E il silenzio respira d’aria fresca e gelsomini.

                Io lì,

                Sorseggio l’aria dei latini.

                Fuori, 

                Le mani in un misero piattino

                                                                                          Un bimbo, a gara, scalzo, ed un micino.      (Dalle campagne…, in Gente per strada, 52)

 

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Salvatore Violante, stimato poeta vesuviano, fa una recensione al libro d'esordio della nostra Antonella Bianco. Una lettura oltre le righe che denota estrema acutezza e spiccata sensibilità.

 

Già dal titolo Antonella Bianco, poeta in esordio, pare volerci indicare la piega che i volti debbano prendere in itinere: sembra che intenda, cantando e certe volte persino lasciandosi incantare da giochi sonori, mostrarne la fenomenologia disponendoli in chiaroscuro con il quotidiano, con le attese dal quotidiano. “Il risvolto dei volti”, questo è il titolo con cui la Nostra ha pubblicato per i tipi di Italic, nell’ottobre del 2019, recita nel testo-dedica d’introibo: - Ai 1000 volti incontrati una sola volta, / a chi per volere o per destino è dietro l’angolo capovolto, / ai voltafaccia della vita e alle facce rivolte alla vita, / a chi fa del giorno nuovo la propria svolta. – (pag. 5). Sembrerebbe indicare una via al vivere: quella di non sottovalutare gli scarti tra i neuroni che generano empatie e quelli che invitano al prudente buonsenso, tra l’intelletto d’amore e quello di ragione e di accettare l’interscambio come un insieme di uguali fra uguali: - Tutto ti appartiene tutto è parte di questa vita di questo/ mondo: vivi e sii intero – (pag. 7). C’è tutto questo certo ma c’è anche, di fatto, che questo libro viva di vita propria palesando, in generale, una poesia delicata, sussurrata in confessionale, dove non c’è suono ma risuono, non pianto ma rimpianto, dove l’amore è presente come assoluto nelle cose, è un bisogno, una tensione, una energia che per sua natura provoca combustione e cenere, freddo e tormento, melanconia per la perdita, e urgenza di ritrovarlo. -Non ti conosco ma ti amo/ con l’esperienza della fine. / in un’altra vita / -ti giuro- / avremo altri volti da iniziare. - Vedete, qui c’è l’esperienza della fine ma anche la promessa e la premessa del cambiamento: ansia di vita nuova e di nuovi portamenti, e, finanche, l’iniziazione di volti nuovi. A guardar bene, l’amore rappresenta l’arco voltaico da cui esplode la poesia di Antonella Bianco. Ѐ lo scarto che in questo libro si configura tra il fenomeno in fieri e l’aspettativa vagheggiata, tra l’amato toccato e l’amore mitizzato. Poli opposti: c’è tutta l’energia che si configura in fantasmi sempre in moto, un andare e venire tra cielo e terra, uno sfiammare simile all’arco di liceale memoria. (…) nel nostro amore al buio / Ci tocca mettere le mani sui volti / Per riconoscerci ad ogni appuntamento. (… / Ci sembra quasi un sogno finito / male, questo bellissimo incubo / di noi girati di schiena a guardarci. (…) (pag. 21). In questo guardarsi senza vedersi, stando di schiena, si coglie la struggente angoscia per la caduta del mito. Nella quarta di copertina, anch’essa scritta dalla Bianco, si legge: -Ѐ la paura di invecchiare a mischiarsi alla paura di non essere riusciti ad amare. Esplode. C’è un sogno cattivo che non mi abbandona: il perderti e il perdermi. Se io non ci sarò quando tu verrai e se la corrente mi avrà condotto altrove. (…). - Ovviamente, con queste frasi, la Nostra dialoga con “Amore”. La Bianco è terrorizzata dallo scarto che sempre trova tra le storie reali e quelle sognate. In questo scarto c’è l’esplosione che si trasforma in malinconico tormento: da qui la figurazione di Amore che arriva mentre Lei sta per perdersi non sapendo amare, confusa dal fluire della storia (con la lettera minuscola) sua e del mondo, facendo così ontologico il suo disagio.