Falli ridere, falli piangere…falli aspettare”. Con queste parole Wilkie Collins nel lontano 1860 diede vita alla più rappresentativa delle sue opere: La donna in bianco, inaugurando il filone letterario del poliziesco moderno abbinato al mistery.

Il romanzo venne pubblicato a puntate, secondo la tradizione del feuilleton, dal 26 novembre 1859 al 25 agosto 1860, sulla rivista  “All the Year Round” dell’amico e mecenate Charles Dickens. Il racconto ottenne immediatamente un successo incredibile e ogni settimana i giovani uomini e le giovani donne inglesi attendevano con ansia di scoprire le vicende della bella e folle Anne Catherick, solitaria figura che appariva di tanto in tanto completamente vestita di bianco, e che somigliava in modo impressionante alla giovane e fragile Laura.

A fare da contorno alle due donne vi sono una serie di personaggi, dalla sorellastra di Laura, la determinata Marian Halcombe, al promesso sposo di Laura (Sir Percival) che nasconde un terribile segreto, al malvagio conte italiano che ordisce intrighi e sotterfugi (Fosco) passando per il maestro di disegno (Walter Hartright) follemente innamorato di Laura che farà di tutto pur di salvarla e non si darà pace finché non avrà scoperto il rompicapo che si cela dietro l’algida figura della donna in bianco.

All’inizio i lettori non conoscevano il nome dell’autore, solo in seguito si svelò ottenendo innumerevoli riconoscimenti. Collins divenne uno dei più celebri rappresentanti dell’Inghilterra vittoriana: ex studente di giurisprudenza, amante della buona cucina e dipendente dall’oppio. Nella sua carriera scrisse oltre trenta libri, più di cento articoli, storie, saggi e una dozzina di spettacoli teatrali.

Lo spunto per la narrazione gli venne fornito da un episodio della sua vita. Nel 1858 in una sera d’estate mentre stava passeggiando in compagnia del fratello Charles per Regent’s Park, si imbatté in una donna che era riuscita a fuggire da una villa situata nei pressi, urlando e chiedendo aiuto. La donna era tenuta prigioniera da un uomo che la usava come cavia per i suoi esperimenti di magnetismo. Da quella vicenda Collins attinse per costruire il suo racconto e divenne l’amante di Caroline Graves, la donna che aveva incontrato e che aveva aiutato.  

 

Il racconto viene snocciolato attraverso le testimonianze dei protagonisti (lettere, pagine di diario, confessioni, carte processuali, testamenti e perizie) che rendono la narrazione ancora più credibile, emozionante ed enigmatica allo stesso tempo. Solo Laura, la vittima sacrificale, e Sir Percival non partecipano alla disamina degli avvenimenti, la prima perché troppo debole, il secondo perché troppo colpevole. I personaggi sono descritti in maniera impeccabile, mediante una scrittura precisa e fortemente contemporanea che porta alla luce ogni minima sfumatura psicologica di ciascun protagonista, anticipando la capacità di raccontare e scavare all’intero dell’animo umano che solo agli inizi del ‘900 sarà completamente spiegabile e possibile grazie agli strumenti che Freud fornirà a tutti noi.

Una storia densa di segreti, misteri, inganni, sostituzioni di persone, dove il tema del doppio la fa da padrone generando trame e colpi di scena. L’autore inglese T.S. Eliot ne rimase affascinato tanto da etichettare La donna in bianco come “il più bello dei romanzi polizieschi inglesi moderni”. I racconti di Collins influenzeranno le generazioni di scrittori che, dopo di lui, si cimenteranno con il genere “giallo”: da Trollope a Conan Doyle, passando per la regina del brivido Agatha Christie.

 

Morì all’età di 65 anni sopraffatto dall’oppio e dalla paranoia che lo rese schiavo, sospettoso e convinto di essere vittima di persecuzioni. Collins aveva capito che ciò che i lettori amano di più è l’intrigo, e La donna in bianco, dopo oltre 150 anni, è ancora capace di far vibrare di emozione.

 

 

 

Passano gli anni, si alternano le trasmissioni, cambiano i personaggi ma rimane una sola grande certezza all’interno di questo nostro  sconquassato palinsesto televisivo ed è lei: Maria De Filippi, che con Amici edizione14, ancora una volta ha fatto man bassa di ascolti ergendosi, qualora ce ne fosse ancora bisogno, ad unica ed incontrastata regina della televisione italiana.

Alla “regina Elisabetta” nostrana non è bastato sabato 11aprile aggiudicarsi la guerra degli ascolti, non è bastato fare il pieno di share, non è bastato umiliare Antonellina Clerici che, di rosso vestita, non è riuscita nemmeno a portare a casa la pelle con la sua trasmissione “Senza parole” - un misto di pietismo, squallore con una consistente dose di piagnistei vecchia maniera e vecchia tv- ma Lady Mary ha voluto ribadire che Amici è la versione Mediaset del Festival di Sanremo.

Dentro Maria “la sanguinaria” De Filippi albergano varie donne: dalla pettegola che sta davanti all’uscio di casa a fare il “tagli e cuci” con le comari nel talk dei sentimenti “Uomini e donne”, alla ragazza sensibile e timida (quando intervista grandi star hollywoodiane) di “C’è posta per te”, passando per l’ironica e spensierata mattatrice di “Tu sì que vales” fino ad arrivare alla determinata, cinica ed anche un po’ megalomane di “Amici”.

Da tempo i ragazzi della scuola ed i professori sono stati confinati ad un ruolo di “contorno”, almeno per ciò che concerne la fase finale, e lo spazio è tutto risucchiato dallo show nel senso più crudo e spietato del termine. Durante la prima puntata del serale di “Amici”,ormai fucina di talenti ballerini e canterini, Maria non si è fatta mancare proprio nulla. I due capi squadra Elisa (squadra Blu) e “miss puzza sotto il naso” Emma (squadra Bianca) si sono date battaglia per aggiudicarsi le due manches. A giudicare i ragazzi e a dare loro consigli- la maggior parte dei quali nemmeno poi tanto bene accetti, gli allievi si sentono già dei divi- la veterana e sempre ben rifatta Sabrina Ferilli, la new entry Francesco Renga e giudice speciale –ahimé solo per una sera- il maestro Renato Zero. Dalla prossima puntata il “caso da riabilitare” Loredana Bertè prenderà il suo posto. Quarto giudice della serata Biagio Antonacci.

La gara, molto serrata, ha visto i ragazzi delle rispettive squadre duettare con artisti del calibro di Gianni Morandi ed i Modà. Ospiti stranieri gli “Sheppard” che hanno cantato il tormentone “Geronimo”. Il siparietto comico è stato affidato alla bella e brava Virginia Raffaele che ha imitato, manco a dirlo Belén, ed ha scherzato con Emma che, sempre più piena di sé, ha cercato di essere ironica (ma senza riuscirci) alle battute della Raffaele/Belén.

Maria, come un falco, ha vigilato sulla trasmissione. La mossa di portare Elisa nel talent è stata a dir poco geniale, la cantante friulana rappresenta, infatti, un modo di fare musica, non solo internazionale, raffinato e di classe, ma che si scosta da quella mediocrità imperante nel panorama musicale e di cui Emma, a mio avviso, è una delle rappresentanti maggiori. L’altro colpo di genio defilippiano è stato quello di ritagliare uno spazio-riflessione per Roberto Saviano. L’oratore ha intrattenuto il pubblico con uno dei suoi “sermoni”, ha sensibilizzato su temi quali immigrazione, rispetto per l’altro e tolleranza, il popolo urlante e nazionalpopolare di Amici. Togliersi di dosso a poco a poco il radicalismo chic di cui è sempre più imperniata la trasmissione di Fazio, non può che fargli bene.

 

Insomma tutti alla corte di Maria e noi non possiamo far altro che inchinarci dinnanzi a colei che, con le sue trasmissioni, trash o meno, rappresenta e descrive alla perfezione uno spaccato di Italia in continua smania e alla continua ricerca del proprio posto al sole. 

La dama velata rilancia la fiction Rai

Domenica, 12 Aprile 2015 10:30

Quando si dice fare centro! Finalmente mamma Rai ha partorito una fiction in costume capace di attrarre il pubblico con una trama avvincente e con protagonisti giovani, freschi, belli e soprattutto bravi. La dama velata è un successo di pubblico e di critica e ci regala un prodotto capace di intrigare e rinfrancare quella piccola ma consistente fetta d’Italia che non ne può più delle assurdità propinate dalla soap Il Segreto e che con faceva altro che rimpiangere da anni Elisa di Rivombrosa e le sue appassionanti storie.

La dama velata ambientata a Trento alla fine dell’Ottocento si inserisce alla perfezione all’interno del tessuto storico-sociale dell’epoca, attingendo a piene mani dal feuilleton (romanzo d’appendice che veniva pubblicato a puntate su quotidiani e riviste) ed ispirandosi liberamente al film di Alfred Hitchcock: Rebecca, la prima moglie, ma la trama è tutta moderna, nata dalla fantasia e dalla creatività di Lucia Zei.

Prodotta da RaiFction, Lux Vide e TeleCinco Cinema, diretta da Carmine Elia ed interpretata magistralmente dalla bella e brava ex miss Italia Miriam Leone e dal fascinoso Lino Guanciale, La dama velata racconta la storia di una ragazza (Clara) che, ripudiata dal padre poiché ritenuta responsabile della morte dell’amata moglie che morì dandola alla luce, viene cresciuta da una famiglia di contadini nelle campagne di San Leonardo, podere del conte Grandi gestito dal perfido cugino di Clara Cornelio (Andrea Bosca). Il conte Grandi (Luciano Virgilio) costringe Clara ad un matrimonio combinato per donare alla famiglia un erede maschio e per salvare l’onore minato dai rapporti equivoci che la ragazza ha intrecciato con Matteo, un trovatello cresciuto dalla stessa famiglia di contadini che ha accolto Clara. Il vecchio padre la costringe ad unirsi dunque con lo scapestrato conte Guido Fossà (Lino Guanciale) uno sfrontato strafottente, che passa le sue notti tra il tavolo da gioco, le prostitute e il bere, che si porta dietro un passato oscuro fatto di morte, intrighi, passioni e soprattutto ricatti. L’unione combinata si trasformerà ben presto in qualcosa di diverso e Clara, si troverà a fare i conti con i fantasmi del passato di suo marito. Gettata nelle acque dell’Adige e creduta da tutti morta, Clara ritornerà, come una novella Fu Mattia Pascal al femminile, coperta da un velo nero sul volto per scoprire tutta la verità sulla sua vita e sul suo passato. Ad ordine sordide e vendicative trame c’è la zia Adelaide (Lucrezia Lante della Rovere) che, mossa dall’interesse e dall’avidità insieme al figlio Cornelio, farà di tutto pur di assicurarsi il patrimonio della famiglia Grandi.

 

In questa fiction c’è un mix ben congeniato di thriller, mistery accompagnato da una buona dose di melò. Gli echi del Bildungsroman (romanzo di formazione) sono forti e palesemente evidenti. La nostra protagonista attraversa infatti tre fasi: dalla contadina spensierata, alla giovane donna infelice costretta a vivere intrappolata nelle convenzioni sociali ed in un matrimonio combinato, per finire velata e nascosta pur di ottenere il suo riscatto e raggiungere la verità. Può essere considerata sicuramente un’eroina moderna che rivendica il proprio spazio nel mondo e rappresenta la rivalsa del “sesso debole” sui soprusi degli uomini; insomma una Giovanna d’Arco in salsa trentina. Non mancano naturalmente abbandoni, ricongiungimenti, veleni, tradimenti e tutte quelle componenti che piacciono tanto a noi donne romantiche, e non ultima la storia d’amore che si insinua prepotente tra le pieghe del dramma. Una fiction che appassionerà sicuramente il pubblico femminile ormai stanco dei soliti processi in tv, delle trasmissioni spazzatura della D’Urso, del qualunquismo dei talk politici e soprattutto delle partite di calcio a tutte le ore del giorno e della notte!. 

Riparte alla grande "The Voice 2015"

Domenica, 08 Marzo 2015 10:48

La terza edizione di The Voice of Italy è iniziata ed ha già catalizzato milioni di telespettatori. Quest’anno si è fatta un bel lifting inserendo tra i giudici, oltre ai veterani Noemi, Piero Pelù e J-Ax, il duo padre-figlio Roby e Francesco Facchinetti. Una scelta azzeccata, se si tiene conto del fatto che Roby, frontman del mitico gruppo dei Pooh, sia una leggenda vivente e che suo figlio Francesco abbia la giusta dose di umiltà e sfacciataggine per affrontare ed incassare i colpi bassi e le accuse di essere un “raccomandato” che ogni giorno gli piovono addosso da tutti i social e non solo, dimostrando di avere le spalle molto larghe.

Ma torniamo al talent. Siamo alla seconda puntata, nella fase forse più interessante e stuzzicante ovvero quella delle blind auditions, dove i 5 giudici dando le spalle al palcoscenico, ascoltano senza vedere i giovani “talenti” che si esibiscono sul palco, girandosi solo nel caso in cui la loro voce li colpisca particolarmente. Una trovata geniale! Essere scelti per le proprie qualità, senza dare peso alle volte ad un aspetto fisico poco alla moda o addirittura ingombrante, o ad una sessualità indefinita o ancora in fase di transizione. Insomma a trionfare è la sostanza e non la forma e questo rappresenta uno degli ingredienti vincenti del talent. L’altro ingrediente sono i giudici, freschi, frizzanti, simpatici, immersi nel mood giusto e con lo stesso spirito di una scolaresca in gita: tutto può accadere, tutti gli equilibri possono rompersi e la voglia di giocare e trasgredire è più accattivante della voglia di fare a tutti i costi la cosa giusta. Il divertimento è la chiave di volta del programma. I giudici Sono spiritosi e fanno divertire il pubblico a casa, snobbando persone prive di talento canoro o valorizzandone altre con un linguaggio colorito e con espressioni estremamente popolari, per non dire “tamarre”. In questo ci da molta soddisfazione J-Ax. L’ex Articolo31 è la vera rivelazione del programma. Già lo scorso anno ci aveva dato notevoli soddisfazioni inserendo un po’ di pepe e di irriverenza nella trasmissione, ed anche in questa edizione non si è smentito; le sue “perle di saggezza” lasciano increduli e divertiti, riservandoci anche alcuni sprazzi di normalità, dimostrandosi al di là dei tatuaggi e dell’aspetto da bad boy, un’anima profonda, sensibile ed incredibilmente timida. Noemi, sempre alla ricerca di voci soul, dimostra di essere estremamente competente e precisa nelle sue scelte, quasi “snob”, pretendendo molto dalle voci che ascolta e dimostrandosi implacabile nei suoi giudizi. Piero Pelù invece è, a mio avviso, il più “fastidioso” del gruppo, troppo “gentista”, troppo “paladino della giustizia” troppo in spirito “centro sociale” diventando alle volte irritante e fuori luogo; con questo non vogliamo mettere in discussione le sue qualità canore e la sua storia musicale, anche se i pantaloni di pelle aderenti alla sua età risultando a lungo andare un po’ stucchevoli.

Sanremo una settimana dopo "il Volo"

Giovedì, 26 Febbraio 2015 07:20

Il 65° Festival della canzone italiana di Sanremo si è concluso da poco più di una settimana decretando come vincitori assoluti i ragazzi ventenni del trio Il Volo con la canzone “Grande amore”. Dietro di loro al secondo posto si piazzato Nek con “Fatti avanti amore” mentre terza classificata è stata la raffinatissima Malika Ayane con il bravo sofisticato “Adesso e qui (nostalgico presente). Il vincitore delle nuove proposte, proclamato il giorno antecedente alla finalissima avvenuta il 14 febbraio, è stato Giovanni Caccamo con “Ritornerò da te” anche se, a parer mio, meritava molto di più il pezzo del redivivo ex allievo della scuola di Maria De Filippi, Enrico Nigiotti con il brano accattivante e fortemente radiofonico “Qualcosa da decidere”.   Piero Barone, Ignazio Boschetto e Gianluca Ginoble, meglio conosciuti come Il Volo, sono stati lanciati nel lontano 2009 dalla trasmissione Rai "Ti lascio una canzone", condotta da Antonella Clerici, ed hanno conquistato nel giro di 5-6 anni orde di folle, riproponendo uno stile canoro tutto italiano fatto di canzoni datate ma rivisitate in chiave moderna e talvolta con incursioni innovative che hanno riscosso successo non solo presso il target over 50, da sempre incline alla musica tradizionale italiana, c’è chi ancora prova brividi nel sentire la voce possente di Claudio Villa, ma hanno saputo  intercettare anche il gusto delle ragazzine di tutto il mondo, che vanno letteralmente in visibilio per i tre tenorini (due tenori ed un baritono per la precisione) riconoscendo loro non solo una bravura straordinaria nel canto, una potenza vocale davvero poderosa, delle voci completamente diverse tra di loro che si sposano alla perfezione, ma anche una simpatia, una freschezza, una solarità che li rende, forse, il prodotto meglio esportato dal nostro paese negli ultimi anni. Hanno all’attivo collaborazioni eccellenti con star del calibro di Barbra Streisand, Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti, Laura Pausini, una partecipazione a We are the world for Haiti, hanno cantato con Bono Vox, il loro album d’esordio nel 2011 ha scalato la classifica Billboard e sono stati gli unici artisti italiani ad aver ottenuto un contratto discografico con una major americana. Fin qui tutto bene. E dov’è il problema vi chiederete voi? Presto detto. La loro vittoria al Festival ha scatenato un vespaio di polemiche e accuse che non accenna a placarsi. Tutti pronti a puntare il dito contro Il Volo, dal regista della trasmissione Rai Roberto Cenci, che rivendica la paternità di aver intuito il potenziale che i tre ragazzi, presentatisi come solisti, potevano avere in gruppo, e li accusa di scarsa reverenza, ai moralisti più puri che dall’alto del pulpito hanno tuonato dicendo che i ragazzi cantavano nelle pizzerie, che hanno portato un pezzo banale, da teenager, che cantano l’amore ma non sanno neppure cosa sia, che sono dei giovani vecchi, che quella che rappresentano non è l’Italia, che sono pilotati dal loro manager Michele Torpedine, che la loro vittoria era scontata come la melodia di una canzone di Gigi d’Alessio. Questa vittoria ai perbenisti e ai critici proprio non va giù. E’forse un crimine aver ottenuto un successo stratosferico all’estero, riempiendo innumerevoli palazzetti dal Canada al Messico, essere stati intervistati dai più grandi anchorman a stelle e strisce mentre in Italia hanno raggranellato solo qualche ospitata da Massimo Giletti, in qualche trasmissione della Clerici e poco altro? Quanto dovranno aspettare prima che l’Italia e la critica musicale italiana posso tributargli ciò che meritano? Forse quello che non si perdona ai ragazzi de Il Volo è proprio questo: essere dei ragazzi. Essere giovani, spensierati, aver portato un modo di fare musica che coniuga modernità e tradizione, avere la faccia pulita, vestire bene, amare la musica, non essere arrabbiati con il mondo e non ribadire costantemente che la vita fa schifo, senza prendersi la briga di litigare, accusare gli altri o offendere persone più grandi di loro (stiamo vedendo tutti la deriva di maleducazione che sta prendendo Amici). Sono persone normali, che amano il calcio, le macchine, le ragazze. Evviva Dio! Finalmente qualcuno di “normale” in un’ Italia che non fa che urlare dalla mattina alla sera. Il nostro è un paese di snob, alcune nostre trasmissioni televisive sono snob, i nostri pseudo-intellettuali sono degli snob, i ragazzi che sono nei talent sono già degli snob. Eppure c’è chi dice che l’Italia sia un paese per vecchi, allora, io dico, lunga vita ai ragazzi de Il Volo.

Finalmente ci siamo, l’attesa è finita! A partire dal 12 febbraio in più 800 sale italiane è uscito l’attesissimo film Cinquanta sfumature di grigio, tratto dall’omonimo best-seller scritto da quella furbona di una casalinga disperata di E.L. James, ribattezzata anche come “miss 100 milioni di copie”. Da quando l’estate scorsa è uscito il primo trailer che annunciava l’arrivo nelle nostre vite del fascinoso e tormentato Cristian  Grey che seduce la scialba ed ingenua studentessa di letteratura inglese Anastasia Steel, le nostre notti non sono più state le stesse. Tutte le componenti piccanti, trasgressive, perverse, e a tratti un po’ eccessive di cui il libro pullula, comprese le pratiche sado-maso, le tecniche di bondage, il fisting, e tutta quella roba lì, vengono ridotte ad una banalissima e scontatissima storia d’amore, neanche poi tanto originale. Dove sono finite le sculacciate forti che lui le da di continuo? Dove le frustate da far arrossire e sanguinare la pelle? Dove i segni delle corde sui polsi? Dove quel fiume di sesso? Dove quegli infiniti spasmi della povera malcapitata Anastasia? Niente, nulla di nulla, o almeno non quanto ci saremmo aspettati, e lo dico anche con una punta di delusione, perché se le cose si devono fare, almeno che vengano fatte per bene.

Quello che si evince dalla pellicola, diretta da Sam Taylor-Johnson è solo un fiume di sensi di colpa da cui è afflitto Grey, interpretato da mister “ho solo cinque espressioni in viso” Jamie Dornan, che si spaccia per Dominatore, ma in realtà è soltanto un insignificante adolescente alla prima cotta, che non sarebbe in grado di fare del male neanche ad una mosca e che al primo accenno di rissa se la darebbe a gambe levate. La signorina Steel, interpretata da una convincente seppur insignificante Dakota Johnson, dimostra almeno di avere piglio, sarcasmo (si c’è anche del sarcasmo), ironia e anticipa furbescamente (merito della sceneggiatrice Kelly Marcel) alcune risate che il pubblico avrebbe sicuramente fatto nel sentire le assurdità che escono dalla bocca del bel pervertito Grey; salvo però mordersi continuamente il labbro inferiore ogni due per tre. La noia avanza prepotente nella seconda parte del film, quando lei vuole di più, vuole l’amore, mentre lui combatte contro sé stesso, contro i suoi demoni, segni di un passato tormentato e non riesce ad amore la ragazza, dai capelli improponibili, semplicemente perché non può cambiare ciò che è. Lui prova piacere nel picchiare le donne, è felice quando prende le sue Sottomesse a cinghiate, quando entra nella stanza dei giochi e tortura le povere disperate. La prima scena di sesso avviene dopo una mezz’ora buona dall’inizio del film e in quell’occasione lei non si è fatta la ceretta. Ebbene si, siamo negli anni 2000 e ancora c’è qualcuno che non sa usare un rasoio. Di spinto c’è poco, le scene sono abbastanza pudiche (solo 20 minuti di sesso, in confronto a quasi la totalità del libro) e la macchina da presa si allontana sapientemente quando le cose si fanno più compromettenti, lasciando solo uno sguardo voyeuristico. L’unico nudo integrale è quello della Johnson, mentre Dornan mostra solo il lato b. Non c’è sudore, non ci sono corpi che si sfiorano, non c’è tutta la carica erotica che il libro (almeno questo gli va riconosciuto) contiene in sé. Sono solo sei le frustate che Christian le da, nel subire le quale lei piange come una scolaretta, e nel vederla verrebbe da dirle: “Ma si può arrivare ad umiliarsi così tanto per un uomo?”. L’introspezione dei personaggi è minima, non c’è dialogo tra le parti, non ci sono confessioni, c’è solo un melodramma romantico che aleggia e ingoia qualsiasi buon proposito di perversione. Non c’era bisogno di scomodare Beyoncé, né Annie Lennox, e nemmeno il boss Springsteen per le musiche del film, né tantomeno presentarlo in anteprima alla Berlinale, dal momento che si tratta di un filmetto da blockbuster. Nulla più. E’un film senza pretese, a tratti disonesto e incommensurabilmente patetico e ridondante. L’erotismo è un’altra cosa, La vita di Adele o Nymphomaniac del maestro Lars Von Trier sono un’altra cosa. La James, a mio avviso, non è una scrittrice, è solo una volpe che, inserendo le tecniche BDSM in un libro più che mediocre, ha risvegliato gli istinti sopiti di casalinghe e donnette che hanno messo la loro sensualità sotto le suola di gomma delle ciabatte, per diventare schiave dei propri mariti e dei propri compagni, disposte a tutto, come Anastasia, pur di tenersi un uomo. In alcuni casi l’amore non salva gli altri e non salva nemmeno noi stessi.

L’Italia possiede un patrimonio immenso. Paesaggi, parchi, radure, boschi, borghi, laghi, fiumi, un paradiso a cielo aperto molto spesso sconosciuto, non valorizzato o semplicemente snobbato. In vista di Expo 2015 e battendo la strada della valorizzazione del nostro splendido territorio, vogliamo fare anche noi la nostra parte e condurvi alla scoperta di alcuni dei luoghi più rappresentativi e caratteristici del bel paese.

Nell’entroterra laziale, a poche manciate di chilometri da Rieti, sorge Castel di Tora, certificato come uno dei borghi più belli d’Italia che coniuga bellezza del territorio, storia, divertimento e cultura. Arroccato su di un promontorio che si getta a strapiombo sulle splendide acque del lago artificiale del Turano, è denominato “il presepe che galleggia sulle acque”. Un luogo magnifico, splendido, incantato. Le prime testimonianze che riguardano il borgo risalgono al 1035 ma il sito è addirittura di epoca pre-romana eprotosabina, ed alterna costruzioni moderne, antichi insediamenti medioevali eedifici in pietra locale a vista con coperture in legno e manto in coppi di laterizio, rivelando tipologie tipiche dell’architettura rurale in un contesto di antropizzazione medievale. Se si vuole percorrere il sentiero culturale e mistico il borgo offre moltissime attrattive come la torre poligonale della fortezza, le torrette e il castello del Drago, la fontana del Tritone, il borgo abbandonato di Antuni, situato nella penisola di Castel di Tora la chiesa di epoca barocca di S. Giovanni Evangelista, il convento di Santa Anatolia, un tempo residenza estiva del Pontificio Collegio greco-ortodosso, l’eremo detto di "S. Salvatore"situato su una parete a picco sul Lago del Turanoe naturalmente il centro storico rimasto, nella sua conformazione urbanistica, pressoché immutato. La parte più ludica e “mondana” comprende invece lo splendido lago artificiale del Turano, che sorge tra boschi e si estende per 10 kmI punti panoramici più suggestivi sono diversi, oltre al borgo stesso e al lago, si possono ammirare i Monte Antuni, Monte Navegna, Monte Cervia, MirandellaAscrea,Paganico Sabino, Punta di Colle di Tora, strada panoramica Collacchiani - Poggio Moiano, oltre alle riserve naturali.Dopo aver soddisfatto la vista e accomiatato la voglia e la sete di conoscenza, cosa c’è di meglio che accarezzare anche il palato gustando le prelibatezze del luogo? Nel cuore del centro storico sorgono una miriade di ristorantini, bar, luoghi ristoro dove poter fermarsi e rifocillarsi avendo come vista il lago e l’orizzonte a perdita d’occhio. Potrete assaporare il famigerato “fagiolo a pisello”, le ottime ricotte e i  formaggi di pecora e di vacca, di cui la zona è cospicua produttrice, ma anche mais, tartufi di cui i boschi sono ricchi, funghi porcini e pesce di lago; e ovviamente i piatti tipici comeil polentone, cotto con fuoco in un calderone e condito con sugo magro di baccalà, aringhe, tonno e alici; e gli strigliozzi, sorta di maccheroni fatti a mano, il pane casereccio, la selvaggina e le paste fresche. E poi ci sono le innumerevoli sagre, tra cui le più famose sono appunto quella del polentone (prima domenica di Quaresima) e quella degli strigliozzi(ultima domenica di settembre), dove poter rivivere la magia delle feste contadine di un tempo; il tutto annaffiato da un ottimo vino locale ed arricchito dai gustosissimi dolci tipici del posto.

Insomma un location per tutti i gusti e per tutte le tasche. Se volete provare qualcosa di speciale e di unico, come la gita in barca sul lago del Turano, particolarmente consigliata al tramonto, quando il sole muore pian piano all’orizzonte e sembra che vada a dormire direttamente nelle acque cristalline del lago, oppure gustare una cena sulle acque, nella pace, nel relax e nella bellezza da condividere con il vostro/a partner, o semplicemente visitare le attrattive del luogoaccompagnati da personale esperto, potete affidarvi alle amorevoli cure dello staff di www.viviemozioni.it .

Non vi resta che prendere lo zaino, la macchina fotografica, indossare scarpe comode e prepararvi a questo tuffo nel passato!.

Isola dei famosi, cominciamo bene!

Domenica, 01 Febbraio 2015 12:37

Si sa la natura non perdona. Nulla si può mettere contro di lei e sperare di farla franca. Davanti alle difficoltà solo chi ha una forte personalità e capacità di cavarsela sempre e comunque riesce a sopravvivere e a non soccombere sotto le sue tremende ali distruttrici. “Matrigna cattiva” avrebbe detto qualche tempo fa il grande poeta di Recanati, ma anche “rivelatrice di mancanze e di inprofessionalità” aggiungerei molto modestamente io. Ebbene lunedì 26 gennaio, Alessia Marcuzzi, la grande sorella nazionale e novella sposa, ha dovuto soccombere dinnanzi alla potenza di un tremendo uragano che si è abbattuto su di lei e sulla sua Isola dei famosi 2015 targata Mediaset. Uno sfacelo, una distruzione, un vero e completo disastro, oltre al tremendo flop che ha fatto registrare la prima – non-  puntata del reality show, durata 30 minuti scarsi di cui 10 di pubblicità. La trasmissione si apre, alle ore 21.30, con le immagini in diretta dall’Honduras che ci mostrano la tempesta, con correnti a 20 nodi e onde alte un metro che non consentono ai “naufraghi” di sbarcare sull’arcipelago di Cayo Cochinos, dove trascorreranno 2 mesi a spaccare cocchi, a cercare legna, a mantenere vivo il fuoco, a pescare e a litigare per la qualsiasi, fino ad aggiudicarsi, e sarà un solo Highlander a farcela, il montepremi di 100.000 euro, oltre al cachet che i presunti personaggi famosi hanno già incassato per la loro partecipazione al reality. I sedicenti naufraghi, che durante il giorno avevano più volte tentato di raggiungere l’isola a bordo di un barchino, sono stati sistemati in un comodo albergo sulla terra ferma, mentre il povero inviato Alvin, raggiunto il luogo del reality in mattinata con un aereo, è rimasto bloccato lì sull’isola, diventando a tutti gli effetti il primo vero ed unico naufrago, nonché il “figlio della serva”. Ma andiamo con ordine. In studio l’atmosfera è mesta, tipica di una morte annunciata, con lunghi strascichi di agonia. Il clima gioioso e gaio di Simona Ventura (ricordiamo tutti il suo “Testa alta e schiena dritta”)  lascia spazio ad un volto spigoloso ed angosciato di una Marcuzzi impanicata a morte e brancolante nel buio; dimostrando, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che senza un copione e una scaletta precisa è una donna finita. Archiviato il collegamento con l’inviato si passa al collegamento con i naufraghi: Melissa Panarello, la ragazzina precoce di 100 colpi di spazzola, Charlotte chi? Caniggia, Fanny Neguesha ex fidanzata e quasi moglie del bad boy Mario Balotelli, Le Donatella direttamente da X Factor, l’esagitata Rachida Karrati della terza edizione di Masterchef che fece perdere la pazienza ad un impeccabile Carlo Cracco, Rocco Siffredi l’unico a non aver bisogno di presentazioni, Catherine “detesto i talent e i reality” Spaak, Alex ci ripovo di nuovo con la tv Belli, Andrea a’ rieccomi Montovoli, Patrizio perché sei andato lì? Oliva, Pierluigi smanio di protagonismo Diaco e Valerio mister simpatia Scanu; che si mostrano già tutti amici e tutti uniti tranne la Spaak che minaccia di abbandonare la nave ancora in porto. L’unico siparietto un po’ risoluto è stato quello di Mara Venier opinionista insieme ad un ringalluzzito Alfonso Signorini che scambia qualche battuta ricca di doppi sensi con Siffredi, segno evidente di quale triste piega prenderà la trasmissione d’ora in poi, ma almeno Mara dimostra di essere in modalità isola, mentre Alessia è troppo tesa, troppo concentrata, troppo ansiosa di fare bella figura. Qualcuno dovrebbe ricordarle che non sta presentando gli Oscar o un programma d’informazione, ma l’isola dei famosi. Ma niente non ce la fa, taglia corto sulle battute della Venier ed è solo desiderosa di chiudere la trasmissione e di dare appuntamento alla settimana prossima, lasciando Mara nello sconforto: “Adesso che facciamo, andiamo a cena?”. Ora io dico una trasmissione del genere, con una macchina organizzativa di quella portata, con un dispendio economico notevole, non può mandare tutto all’aria in quel modo, senza neppure provarci. La tempesta non c’entra, o almeno non completamente. Sono venuti alla luce tutti i limiti di una conduzione e di una produzione incapace di affrontare gli imprevisti, avevano tutto il tempo per inventarsi qualcosa, la tempesta non si è scatenata all’ultimo minuto. Avrebbero potuto trasmettere contributi del corso di sopravvivenza, avrebbero potuto far vedere le schede dei protagonisti, intervistare amici e parenti, mandare in onda le emozioni dei naufraghi prima della partenza, avrebbero potuto fare qualsiasi cosa ma hanno preferito non fare nulla, salutando tutti ed augurando buona notte.La Ventura nel lontano 2004 aveva portato a casa la serata, con una tempesta in atto, dico solo questo. Ma la Marcuzzi non è SuperSimo, ahimé!.

 

 

Pagina 13 di 14