Vacanze 2016. Prima tappa a Pizzo Calabro

Giovedì, 30 Giugno 2016 12:16

Altro che Ibiza, Formentera, Rimini o Maldive. Fatti furbo. Quest’anno le vacanze trascorrile in Calabria. Una terra ricca di passione, di storia e di bellezza. 

Apriamo oggi una rubrica tesa a valorizzare le bellezze del Sud Italia ed a consigliarvi le migliori località dove trascorrere le vostre vacanze.

Prima tappa: Pizzo Calabro. 

Parola d’ordine: Sole, mare e…cultura

Il percorso che porta a Pizzo Calabro, in provincia di Vibo Valentia, è lastricato da baie rocciose alternate a spiaggette deliziose che si protendono lungo la Costa degli Dei. Uno spuntone di roccia di tufo accoglie la cittadina che si abbandona su di essa tagliando in due il Golfo di Sant’Eufemia ed offrendo un panorama unico. 

Sono 8 i kilometri di costa che compongono il litorale di Pizzo. I tratti sabbiosi – come la spiaggia della Seggiola o della Tonnara e la Marina – si mescolano ai gruppi rocciosi che, immergendosi nel Golfo, formano suggestive calette – come la Scogliera Prangi - ed insenature naturali che ospitano incantevoli grotte. La Grotta Azzurra è da sempre meta di turisti. Menzione speciale occorre riservare alla chiesetta di Piedigrotta e all’omonima spiaggia. Si tratta, infatti, di una chiesetta scavata nel tufo da alcuni marinai napoletani sopravvissuti ad un naufragio. Al suo interno vi sono raffigurazioni ad opera dell’artista Angelo Barone. 

Un tempo Castello Aragonese oggi Museo provinciale murattiano

Eretto nella seconda metà del XV secolo per volere di Ferdinando I d’Aragona il Castello è oggi un Museo dedicato a Gioacchino Murat, cognato di Napoleone Bonaparte, che proprio qui trovò la morte il 13 ottobre 1815, dopo aver subito un processo controverso e sommario. L’allora Re di Napoli, destituito dal suo incarico per l’avvicendarsi di situazioni politiche sfavorevoli, cercò in tutti i modi di riprendersi il trono nel frattempo ritornato in mano borbonica, ma quando stava per tornare a Napoli una tremenda tempesta dirottò la nave a Pizzo e la folla, voltandogli le spalle, lo consegnò alle guardie. All’interno del Museo è possibile ripercorrere, mediante un percorso illustrato, tutte le tappe che portarono alla tragica fucilazione. Per un beffardo gioco del destino Murat venne assassinato in quel suo regno che amava talmente tanto da spingerlo a dire, a Castellabate, la celeberrima frase ″Qui non si muore.″

Accoglienza ed ospitalità

Il calore, l’allegria, la simpatia del popolo calabrese è un’iniezione di buon umore. La cucina tipica e quella di Pizzo, in particolare, si compone di piatti dal sapore deciso. Da non perdere ilfamosissimo tartufo di Pizzo, conosciuto in tutto il mondo, il tonno sott’olio che celebra l’antica tradizione ittica della zona e i “surici” o pesce pettine, ideale per fritture, paste e tortini. Ti sentirai a casa coccolato da confortevoli hotel di lusso e deliziosi B&B, tutti, rigorosamente con vista sul mare. 

Vita notturna

Dopo una giornata in spiaggia non c’è niente di meglio che godersi la Pizzo by night. Punto di ritrovo di turisti e residenti è la centralissima piazza della Repubblica. Con i suoi locali alla moda, le sue rinomate gelaterie e i suoi negozietti tipici dove acquistare le ceramiche, è da sempre l’agorà, impreziosita dalla Fontana del Commercio realizzata nel 1864 con il granito del Borbone in trionfo. Dalla balconata si può godere di una vista mozzafiato.

Si è spento serenamente nel pomeriggio del 27 giugno uno dei grandi miti del cinema italiano: Bud Spencer.

Con lui non se ne va soltanto un pezzo della storia del genere “Spaghetti western”, non se ne va soltanto un gigante dello sport italiano (primo nuotatore a scendere sotto il minuto nei 100 stile libero) ma se ne va, soprattutto, un pezzo di Napoli.

Sì, Napoli. La città che diede i natali a Carlo Pedersoli (così all’anagrafe) nel lontano 1929 nel rione Santa Lucia, nello stesso palazzo dove viveva il maestro Luciano De Crescenzo, e alla quale rimase sempre legato. In ogni intervista, in ogni dichiarazione resa a mezzo stampa e in ogni parte del mondo in cui andasse, Bud Spencer non ha mai dimenticato le sue radici, le sue origini partenopee che gli diedero quella forza e quell’autenticità che l’hanno reso unico.

In un’intervista rilasciata ad un emittente spagnola qualche tempo fa disse alla giornalista: Stai parlando con un napoletano, non con un italiano mettendo in quell’affermazione tutto l’orgoglio di un’intera terra. 

Inizia la sua carriera nel mondo dello sport - nuoto, pallanuoto, rugby, pugilato, automobilismo, tiro a segno -  ottenendo innumerevoli successi. Vista la mole imponente si cimenta, per puro caso, con il cinema e in breve tempo diviene, insieme all’amico fraterno Terence Hill, l’omone barbuto del genere western anni ’70 facendo ridere intere generazioni con i suoi modi bruschi, i cazzotti, i pugni, gli immancabili fagioli e l’aria scanzonata che lo ha sempre contraddistinto. 

Tra le sue innumerevoli pellicole ricordiamo capolavori come Lo chiamavano Trinità…altrimenti ci arrabbiamoContinuavano a chiamarlo Trinità; ma anche cinema d’autore. E’ stato diretto, infatti, da Dario Argento, Ermanno Olmi e Carlo Lizzani

Negli ultimi anni aveva più volte espresso il proprio rammariconei confronti di certa critica che snobbava i suoi film tanto da non essere stato mai invitato a nessun festival e non aver ricevuto mai nessun riconoscimento da quel cinema al quale si era ritrovato a dedicare gran parte della sua vita.

Ma si sa, è il pubblico a decretare il vero successo di un’artista e se ancora, a distanza di anni, i suoi film ogni volta che vengono messi in onda raggiungono ragguardevoli risultati in termini di ascolti lo si deve alla sua straordinaria capacità di attore nell’aver saputo sempre strappare un sorriso.

Sanremo, vincono gli Stadio. Giustamente!

Lunedì, 15 Febbraio 2016 12:28

La storica band capitanata da Gaetano Curreri vince la 66a edizione del Festival di Sanremo targato Carlo Conti con la canzone “Un giorno mi dirai”. In un tripudio di emozione, commozione e stupore i magnifici 4 ricevono l’ambita statuetta e si consacrano a tutti gli effetti come gruppo italiano capace di unire una buona melodia, un front man convincente ed un testo importante che racconta del rapporto padre-figlia. Insomma non la solita canzonetta d’amore liceale. Secondo posto per la talentuosa Francesca Michielin con “Nessun grado di separazione” e terzo piazzamento invece per il duo Giovanni Caccamo-Deborah Iurato con “Via da qui”, dove Caccamo ha dato prova di espressività pari a quella di un impiegato del catasto. E’ stato il Sanremo dei record con gli ascolti più alti degli ultimi 11 anni ed uno share che, nella serata conclusiva di sabato, ha sfondato il muro del 50%. L’hastag #sanremo2016 è stata la più twittata ed il bacino di utenza tra i 16-24 anni è stato altissimo. Un Sanremo che è stato apprezzato soprattutto dai giovani dunque. Risultati strabilianti che hanno contribuito ad incoronare Conti come l’erede ufficiale di Pippo Baudo tanto da consegnargli nelle mani anche le sorti del prossimo Festival.  

 

La scelta dei compagni di viaggio o co-conduttori (detto in uno slancio di bontà contiana) si è rivelata azzeccatissima. La bella e un filo paraninfa Madalina Ghenea ha dato prova di sapersi destreggiare con l’italiano – lei rumena – e si è dimostrata spigliata e ben consapevole di dove si trovasse. Virginia Raffaele è stata acclarata come regina indiscussa del Festival portando in scena alcuni dei personaggi che l’hanno resa celebre: dalla godereccia Sabrina Ferilli, all’etoile della danza Carla Fracci (superba imitazione), passando per la donna-botox Donatella Versace fino al suo cavallo di battaglia Belen. L’ultima sera si è presentata semplicemente come Virginia, non solo imitatrice ma donna intelligente, ironica, mai volgare  e sopra le righe nelle sue performance.  

Se vi aspettate che spari a zero su Gabriel Garko rimarrete delusi. Non si può infierire su di un uomo che è già morto, sarebbe accanimento terapeutico. Si sapeva che non avrebbe fatto niente di più e niente di meno di quello che fa nelle fiction: ovvero esprimersi a monosillabi e puntare tutto sul fascino. Ma in questa circostanza sanremese, complice anche le critiche feroci e motivate che gli sono state rivolte, ha dato prova invece di sapersi riprendere e ha sfoderato un’ironia che non credevo gli appartenesse. Quanto ci sia di spontaneo e quanto di preparato in questo suo colpo di reni non ci è dato sapere ma ha contribuito, se non altro, a sdoganare il solito stereotipo che vuole che una donna avvenente sia solo un oggetto. Anche l’uomo può darci delle soddisfazioni. E per questo ti diciamo: Grazie Gabriel! Il prodotto delle cinque serate è stato godibilissimo, eccezion fatta per la serata di venerdì nella quale si sono esibite tutte e 20 le canzone. Il colpo di sonno era dietro l’angolo, ma ci sta una piccola flessione. Nel complesso il ritmo è stato buono, gli ospiti internazionali e nazionali non hanno deluso. Lasciatemi tributare un plauso speciale per i Pooh e per l’immenso Renato Zero. L’unica pecca – come anche lo scorso anno – sono stati i comici, che hanno strappato davvero pochi sorrisi. Solo Nino Frassica ha smosso un po’ lo stagno del soporifero con l’interista doppia insieme a Garko che occupa già, di diritto, un posto nelle teche Rai. Commovente Ezio Bosso che ha emozionato e fatto riflettere e ci ha condotti in un’altra dimensione spazio-tempo suonando Following a bird.

 

 

Non ci resta che attendere il prossimo anno per scoprire cosa si inventerà quel toscanaccio del Conti, ormai il Festival è suo e nessuno glielo toglie. 

Chi l’ha detto che ci si può divertire solo d’estate? Il clima frizzantino di questi giorni non deve scoraggiarti anzi, deve essere un giusto viatico per spronarti a fare quelle gite fuori porta che rimandi da tempo e che, complice la calura estiva, ti hanno demotivato e spinto a rintanarti sotto la ventola del condizionatore.

E’ questo il momento giusto per trascorrere qualche ora in compagnia dei tuoi amici, del tuo compagno e rilassarti in vista del freddo pungente che ci attende. Non è ancora arrivato il momento di tirar fuori la copertina, non credi?                                                  Ebbene, se vuoi mettere il naso fuori casa devi affidarti a dei professionisti delle vacanze, devi affidarti a ViviEmozioni. 

Sul portale www.viviemozioni.it potrai trovare tutto ciò di cui hai bisogno, offerte irripetibili a prezzi vantaggiosi, la possibilità di visitare posti nuovi, incontaminati, fare lunghe passeggiate per sentieri battuti e scoprire antiche vestigia di un passato remoto. I luoghi sono ricercati e volutamente poco conosciuti proprio per incentivare quel turismo di qualità che molto spesso quando si opera in questo settore si tende a mettere da parte, preferendo località conosciute ed affollate. 

Sul sito www.viviemozioni.it ci sono moltissime sezioni dedicate. Potrai accedere alla sezione speciale “Sogno per due” arricchita una serie di pacchetti pensati proprio per la coppia e per i loro momenti di relax. Vi è l’occasione di cenare in una villa del ‘700 con vista sulla ridente collina sabina, dormire nella stanza appartenuta al conte, tra raso, broccato e mobili d’alto lignaggio, o cenare in terrazzo presso i deliziosi B&B situati in questi piccoli angoli di mondo, assaporare le prelibatezze della cucina di una volta, dove la tradizione di antiche ricette si reitera e passa il testimone di madre in figlia. Potrai fare passeggiate a cavallo, trekking, rilassarti facendo un giro su di una bici da corsa che ti condurrà fino a Campo Imperatore sul Gran Sasso, e lì potrai respirare a pieni polmoni e dominare l’intera zona, come fa il falco pellegrino. 

Vi è poi un’intera pagina dedicata al lavoro delle ProLoco e ai Borghi più caratteristici e suggestivi d’Italia. Schede pensate per sponsorizzare al meglio il posto con curiosità, aneddoti e vere e proprie “chicche” che arricchiranno ancora di più il tuo viaggio. A tal proposito, se sei un’associazione culturale o un’attività commerciale, ami il tuo territorio e vuoi che venga valorizzato al meglio e desideri che il tuo lavoro venga conosciuto, puoi affiliarti a ViviEmozioni che penserà a dare risalto alla tua attività, a far conoscere la tua zona e ad avviare una collaborazione sinergica al fine di ottenere il massimo del risultato con il minimo sforzo. Si potranno organizzare manifestazioni, iniziative, stand esplicativi e pacchetti creati per incentivare ogni singola attività e contribuire a diffonderla. Sul sito potrai trovare i contatti per avviare questa collaborazione.  

Come se non bastasse potrai condividere tutte le foto della tua vacanza, scambiare commenti, pareri, impressioni, critiche attraverso il social EmotionPlace, una piattaforma interattiva creata ad hoc per i nativi digitali 3.0 e per chi non può fare a meno del proprio smartphone e non vede l’ora di far sapere a parenti ed amici i posti che ha visitato. Avrai la possibilità di interagire con le strutture ricettive, fare amicizia con gli altri membri di questa gigantesca chat room e magari organizzare una vacanza tutti insieme. 

E’ stato indetto dal portale, www.viviemozioni.it, il Concorso fotografico “Borghi in foto”. Basta inviare un’istantanea di un Borgo visitato, accompagnato da una piccola descrizione e partecipare al concorso. Il vincitore potrà aggiudicarsi un week-end AllInclusive per due persone interamente offerto da ViviEmozioni.

Credo sia un’ottima iniziativa non solo per incentivare il turismo, per scoprire nuove realtà ma anche per divertirsi ricordando i bei momenti trascorsi. 

Visita il sito www.viviemozioni.it e avrai una sorpresa. Vista la stima che ViviEmozioni nutre nei confronti del nostro beneamato giornale, stima peraltro ricambiata, vuole omaggiare i lettori de Il Vesuviano con un BUONO SCONTO DEL 20%.

Basta andare sul sito ed inserire il codice “vesuviano 11715”.

Buon divertimento e non dimenticarti di partecipare al Concorso fotografico.

Ce l’avevano proposta come la Dowton Abbey italiana. Un po’ pretenzioso ed anche presuntuoso. La nuova fiction di RaiUno Grand Hotel, in onda ogni mercoledì sulla rete ammiraglia, del piccolo gioiello targato ITV1 non ha proprio nulla. E meglio così! Almeno ci evitiamo paragoni imbarazzanti e tentativi di giustificare improbabili adattamenti. Eppure una trasposizione è stata fatta. Grand Hotel, infatti, è la versione italiana dell’omonima serie di culto in Spagna, dove ha ottenuto un enorme successo. E fin qui non c’è nulla di male, molti prodotti sono stati importati dalla terra iberica e con notevoli risultati. Ma qui c’è qualcosa che non va. In un non ben identificato punto dell’Alto Adige si svolgono le vicende dei protagonisti di un albergo di lusso, gestito da Donna Vittoria, borghese arricchita, che non ha il minimo piglio e il minimo sarcasmo che contraddistingue Lady Violet (scusate, si era detto niente paragoni), che ordisce trame e nasconde terribili misfatti. Al suo fianco il perfido ed avido Marco Testa (Andrea Bosca), direttore dell’hotel ed innamorato di Adele (in personificata dalla bella e talentuosa Valentina Bellé), figlia di Vittoria Alibrandi e del suo defunto marito, tornata da Vienna per partecipare alla Festa della Luce, che sancirà l’effettivo passaggio dal gas alla lampadina, quella che conosciamo noi. La situazione si infittisce quando giunge all’hotel di lusso l’affascinante Pietro Neri (interpretato dal bravissimo Eugenio Franceschini), in cerca della sorella Caterina, cameriera all’albergo, che non da sue notizie da più di un mese. Per scoprire che fine ha fatto l’amata sorella Pietro, si fa assumere come cameriere e stringe un’amicizia immediata con Angelo, anch’egli cameriere e figlio di Donna Rosa, la supervisor delle signorine che lavorano per donna Vittoria. I colpi di scena sono notevoli e disseminati lungo tutto il racconto: omicidi, invidie, misteri, vecchi rancori, voglia di riscatto sociale, ambizione e soprattutto segreti fanno capolino nel racconto, al di sopra del quale, come in ogni fiction che si rispetti, domina la storia d’amore contrastata tra Adele e Pietro. Contrastata, naturalmente dai soldi. Vittoria infatti vuole far sposare la bella figliola con Marco per assicurarsi così l’appoggio incondizionato dell’infido direttore.    

 

Ma qualcosa ancora non va. Sarà il clima nordico dell’ambientazione, per carità le immagini proposte dal drone sono spettacolari, bellissime, solo a vederle si riempiono i polmoni di aria pura, ma sono fredde, senza passione, senza calore, senza intensità. L’inizio della fiction parte con il botto, subito un omicidio - quel cadavere nel lago che ricorda tanto l’incipit di un’altra fiction Rai, La dama velata - proseguendo poi perde sempre più di ritmo - la scena della taverna è degna dei fratelli Bravo in Tierra de lobos (altro prodotto spagnolo) - e la mancanza di velocità unita al fatto che non ci sia poi tutta questa differenza tra servitù e “nobiltà”, fanno il resto. Il linguaggio in cui il signorino Jacopo Alibrandi (Dario Aita) si esprime è davvero troppo contemporaneo anche per chi, come lui, è un giovane viziato che conosce il mondo. I nuovi borghesi arricchiti che aspirano a diventare classe dirigente rivelano tutti i difetti del loro basso ceto e qui, la figura di Pietro risalta su tutti i finti nobili. A fare da cornice i vestiti e il clima rivoluzionario della belle èpoque.

Il rischio dei racconti corali, dove anche la servitù ha una vita forse più esaltante di tante altre che popolano il film, è il cadere nella confusione. Quando c’è troppo da raccontare si rischia di dire troppo e alla fine non far arrivare nulla.

 

Insomma al di la dello scopiazzo, al di la dell’atmosfera alle volte troppo cupa, e al di la del fatto che i due protagonisti, dopo due puntate, si sfiorino ancora appena, come se fossimo in un terribile film polacco, non può reggere ancora per molto. Le chance di far bene ci sono tutte: il mistery c’è, il giallo anche, i due giovani ragazzi sono belli e bravi, ora manca solo che la fiction tiri fuori l’asso dalla manica e con un colpo di reni cerchi di risollevare la situazione perché, in vista della sfida contro la settima stagione di Squadra Antimafia, non so se Grand Hotel ce la farà a mantenere i 3 milioni e mezzo di spettatori dell’ultima volta. 

Struggente. Se mi chiedessero di descrivere con un aggettivo il romanzo di Edith Wharton “L’età dell’innocenza” credo che userei proprio questo. Struggente è la definizione più calzante per il grande capolavoro della letteratura americana pubblicato nel 1920 e che valse all’autrice il premio Pulitzer nel 1921. Perché è di questo che si tratta, di un capolavoro, di un piccolo gioiello che ci restituisce un ritratto cristallino, sprezzante, lucido della società newyorkese di fine Ottocento, un piccolo microcosmo che si snoda tra la Quinta e la Ventinovesima strada (considerata già periferia, con le case dalle piastrelle nere sulla facciata) fatto di riti, convenzioni, ossequi, riguardi, ottuso perbenismo dove la vendetta si consuma “senza spargimenti di sangue” e dove la norma è quella di non confidarsi ma lasciare all’intelligenza dell’altro cercare di leggere tra le righe, di carpire dal movimento degli occhi, dalla posizione del corpo se c’è o meno qualcosa che non va. I sentimenti più intimi devono essere taciuti cosicché tutto possa rimanere nella normalità.

Un romanzo dinamico, dallo stile preciso, descrittivo, dove i ritratti che vengono fatti dei personaggi e dell’ambiente ricordano i quadri impressionisti, e dietro i cappellini dalla veletta si celano inquietudini, drammi, malinconia e voglia di ribellione.

E’ la storia di un amore sbocciato e soffocato dalle regole che vede come protagonista la bellissima ed anticonformista contessa Ellen Olenska, cresciuta all’europea, che fugge da un marito (il polacco conte Olenski) dispotico, depravato e dai gusti sessuali “vari” per ritornare a New York e trovare rifugio tra la sua gente, che però non la comprende e disapprova le sue scelte. L’unico che sembra comprendere la voglia di libertà di Ellen è Newland Archer, avvocato ed aristocratico, fidanzato con la cugina di lei, May Welland che incarna la perfetta fidanzata e la futura perfetta moglie. Ellen rappresenta tutto quello che Archer aspira a voler diventare ma che non diventerà mai, lei è forte, indipendente, autonoma, libera di frequentare le feste considerate poco rispettabili dalla famiglia, libera di trattare alla pari la sua domestica, curiosa di tutto ciò che è arte, cultura, di tutto quello che rappresenta la novità. Mentre Ellen vive la sua vita e sconta la sua punizione per essere “così diversa”, Archer si crogiola nella sua autocommiserazione, pensando al fatto che la sua esistenza si svolgerà tra le quattro mura domestiche, lo studio legale, il circolo e sarà costretto a vivere per sempre al fianco di una donna “limitata” e che considera strambe tutte le cose che non conosce.

La forza del libro, oltre al sarcasmo e al tono sprezzante utilizzato dalla Wharton, è la tensione amorosa che è palpabile quando Ellen ed Archer si trovano nella stessa stanza, i baci rubati, la voglia di vedersi che spinge alla menzogna, lo sfiorarsi la mano anche solo per sbaglio, cercare di combattere contro tutto e tutti ma poi scoprire di non averne la forza e rendersi conto che l’educazione e l’apparenza contano più di ogni altra cosa.

E’ il classico libro che non ti aspetti, che ti fa riflettere e considerare come l’amore viene visto e trattato ai giorni nostri. Oggi si usa il proprio corpo come merce di scambio, si usano i sentimenti degli altri per ottenere piaceri, favori o per consumare vendette, si tratta l’amore come qualcosa di cui poter disporre a proprio gusto e il sesso è diventato l’unica consolazione ad una vita pressoché sterile. Chissà con che occhio avrebbe guardato la Wharton la società di adesso, allora come oggi i soldi e l’apparenza contano più di ogni altra cosa, forse ne avrebbe apprezzato la libertà e la mancanza di pudore, ma si sarebbe anche resa conto che oggi come allora ancora permangono alcuni tabù e alcuni limiti davvero insormontabili.

Mi rendo conto che siamo in estate, che i palinsesti televisivi languono, che sono già partite le repliche del Commissario Rex e attendiamo tutti trepidanti quelle del Medico in famiglia, che facendo zapping ci sale la febbre nel vedere il nulla più assoluto spiattellato su 24h di messa in onda (intervallato da talk show improbabili), ma credo fermamente che, in questo periodo, complice la calura estiva, il povero telespettatore meriti un po’ più di rispetto ed un briciolo di considerazione. Ed invece no, la rete ammiraglia, sadica come poche, ci propina, cavalcando l’onda (o meglio onta) della reunion artistica, il nuovo (?) programma del pomeriggio di Rai Uno, “La posta del cuore” dal lunedì al venerdì alle 16.40, condotto, manco a dirlo, da Fabrizio Frizzi e (rullo di tamburi) Rita Dalla Chiesa.

Oddio, che strazio! Un programma più antico dei ruderi del Colosseo, che spolvera storie e racconti di gente comune alle prese con i piccoli e grandi problemi della vita di tutti i giorni: dalle crisi di cuore, ai tradimenti, passando per le grandi scelte esistenziali, dove uomini e donne chiedono consiglio ai due ex coniugi. Che idea geniale! 

In uno studio in pieno stile anni ’80 con una finta veranda dalla quale si intravedono piante, una libreria in lontananza, le poltrone tutte intorno ed ecco servito l’emotaintment – talk dove la banalità e la melassa regnano sovrane. In studio ad affiancare gli ex coniugi, che di tanto in tanto, si scambiano sguardi complici ma che ricadono in un clima di assoluta noia (non si avverte nemmeno un briciolo della guerra fredda che c’è tra Albano e Romina Power, loro si che ci danno delle soddisfazioni); c’è una blogger e una psicoterapeuta e naturalmente l’ospite della puntata, ansioso di spiattellare i fatti propri in tv e farsi dare dei preziosi suggerimenti. Frizzi introduce la storia e lo fa da perfetto padrone di casa qual è, anche se il suo stile è vecchio, antiquato e monocorde; ogni volta che lo vedo mi domando sempre se rida perché tutto lo fa ridere o perché vuole fare bella figura o peggio ancora perché la battuta fatta è talmente stupida che, per sollevare l’interlocutore dall’imbarazzo, preferisce farsi due risate.

Si discute della storia in questione, perlopiù corna, e alla fine la sacerdotessa Rita formula il proprio consiglio, manco fosse l’oracolo di Delfi. Il racconto è intervallato da filmati girati in esterna per rendere la storia più comprensibile e per mettere in evidenza alcuni dettagli che sono sfuggiti o per approfondirne altri. Seguono video messaggi in cui varie persone chiedono “consiglio” a Fabrizio o Rita.  La mancanza di diretta nuoce, e di parecchio, al prodotto e toglie un po’ di ritmo, ma non basterebbe quella a salvarlo.

Tutto è edulcorato, stantio, ammorbante e soprattutto già visto. La posta del cuore c’è sempre stata, in tv, sui giornali, ricordiamo tutti la celebre Donna Letizia, ma la forza di quelle piccole missive con annessi consigli era il restare anonimi senza metterci la faccia o il nome in quel caso specifico, dove ragazze degli anni ’60  raccontavano i loro turbamenti e ricevevano le risposte veementi e diplomaticamente compiaciute di Donna Letizia, che forniva suggerimenti da donna assennata a donne che stavano viaggiando troppo veloce per i loro tempi. Adesso dove tutta la nostra vita è sui social, dove chiunque per strada è pronto a darti un consiglio pur di sapere i fatti tuoi, dove si aprono gruppi su internet per le più svariate stupidaggini, dove pur di sentir parlare di problemi che, siano di amore o i mutui o di alieni, si può essere facilmente invitati alla trasmissione Quinta colonna, mi domando se serva ancora un’ambientazione e una tv dei bei tempi andati che ci aiuti a risolvere questioni di cuore. Davvero, non so.

 

L’unica cosa che ho apprezzato di questo programma, oltre al fatto che duri solo un mese, è stato il ritorno in tv di una donna di classe e mai sopra le righe come Rita Dalla Chiesa. Dopo il ben servito di La7 e la sua volontaria uscita da Forum per lasciare il posto ad un’antipaticissima Barbara Palombelli, è tornata finalmente in tv e, complice il suo occhio ceruleo e la sua innata eleganza, ha portato un po’ di charme tra le varie Isoardi che popolano il nostro tubo catodico. 

E’ stata una serata amarcord quella che si è consumata venerdì 29 maggio su Rai Uno. Lo spettacolo “Signore e signori Al Bano e Romina” in diretta dall’Arena di Verona, gremita in ogni ordine di posto, ci ha consegnato un’istantanea di ciò che eravamo e che non siamo più. Lo show ha ottenuto un successo straordinario di pubblico, con quasi 5 milioni di telespettatori, totalizzando il 24,34% di share. Ma lo si sapeva, si era ben consci che riesumando la coppia-non più coppia targata Usa/Cellino San Marco il popolo italiano sarebbe impazzito, e non solo (ricordiamo che i russi, per la loro prima reunion in occasione della festa organizzata dal magnate della tv cirillica nel 2013 per i 70anni di Al Bano, sborsarono più di mille euro a biglietto). Erano 21 anni che non si esibivano insieme in Italia, se si esclude ovviamente il riavvicinamento all’ultimo Festival di Sanremo con Carlo Conti che incitava il pubblico a prodigarsi nel coro: “Bacio, bacio” che nemmeno al gioco della bottiglia si fa più. Ma nonostante questo la coppia è tornata sul luogo del delitto: il palcoscenico, ed ha offerto ai fan più inossidabili e alle giovani generazioni uno spettacolo bulimico e con tempi televisivi da panico. Troppo lungo, troppa carne al fuoco, troppi ospiti liquidati anche in malo modo per mancanza di tempo e, ciliegina sulla torta, Pippo Baudo che ormai ha i tempi televisivi di un bradipo. Il Pippo nazionale ha ripercorso insieme alla coppia i momenti clou della loro “carriera artistica” riproponendo aneddoti, spezzoni di vecchie esibizioni e ricordando, naturalmente, la vittoria sanremese nel 1984 con il brano “Ci sarà”. Le pecche nel ritorno trionfale di Al Bano e Romina sono state davvero tante. Oltre alla lunghezza dello show, di cui abbiamo già trattato, oltre alla valanga di ospiti ed amici chiamati ad omaggiare l’ex coppia felice (da Lopez a Solenghi, passando per i Ricchi e Poveri ed Umberto Tozzi), oltre alla presenza sempre troppo ingombrante di Baudo, c’è stata la superflua apparizione di Kabir Bedi che si è cimentato con Romina nel “Ballo del qua qua” distruggendo definitivamente quel poco di credibilità e virilità che gli era rimasta (l’altra se l’era già ampiamente giocata sull’Isola dei famosi e come protagonista nell’agghiacciante quinta serie di Un medico in famiglia). Tutto questo per allungare un po’ di più il brodo e costringere il povero Al Bano a ripetere come un mantra che “il tempo è tiranno”. Romina poi legge un estratto del libro che ha scritto dedicato a sua madre Linda Christian, e dulcis in fundo la presenza da corollario del figlio della coppia, Yari che ha cantato un suo pezzo e si è profuso in commenti imbarazzanti sul genere umano: “Più me la faccio con gli esseri umani più son contento di essere un animale”. C’era davvero bisogno di un po’ di retorica caro Yari e dopo averti sentito cantare e parlare capisco il perché tu non abbia mai sfondato nel mondo della musica. Le canzoni culto ci sono state tutte: da Felicità a Nostalgia canaglia fino a Something Stupid incisa di recente dalla ritrovata coppia artistica. Naturalmente la Power è stata accusata di aver stonato (sai che novità, è una vita che lo fa) e di aver usato il playback in alcune esibizioni, ma a noi non ce ne importa nulla. A noi piace vederli sul palco che si punzecchiano, che si lanciano frecciatine e battute al vetriolo, che superano la loro crisi usando la tv come analista e il giudizio del pubblico (che li ama da sempre) come viatico per fare nuovi concerti ed intascare un altro po’ di denaro. Ogni volta che li vedo insieme sembra di partecipare ad una riunione di condominio, dove tutti si rispettano, si salutano, si intrattengono anche a chiacchierare, ma al minimo sopruso o al minimo sgarbo sono tutti pronti a far volare le sedie e a far piovere insulti come massi da un cavalcavia. E’bello vedere questo clima di finta armonia, di falsa felicità, e di tiratissima comprensione con la speranza che da un momento all’altro scatti la rissa e tornino di nuovo ad accusarsi in tribunale. Ma allora perché il pubblico li ama cosi tanto? Perché Al Bano e Romina, per anni, hanno fatto sognare milioni di persone. Lui, il ragazzo del sud pieno di valori ma di estrazione sociale modesta, lei, la ragazza americana, figlia di attori e conoscitrice del mondo dorato e patinato di Hollywood dal quale è fuggita; hanno fatto sempre sparare che l’amore potesse rompere tutte le gerarchie sociali e superare ogni barriera di perbenismo. Questo hanno rappresentato e rappresentano tutt’ora gli ex coniugi Carrisi: il sogno, la speranza, quella felicità che hanno tanto cantato ma nella quale forse hanno creduto troppo poco.

 

In tutto questo love affair mi domando se la Lecciso fosse a casa a guardare la tv e a mangiarsi i gomiti dalla bile. 

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