Oramai è diventato un classico, un appuntamento fisso, una ricorrenza: cosa vedere in televisione mentre si cena intorno alle 20.30. Se si escludono i pacchi di Affari Tuoi e i moralisti di Striscia La Notizia, il panorama generalista offre davvero risicate soluzioni. I due access prime time di approfondimento sono: Dalla Vostra Parte condotto dal brizzolato Paolo Del Debbio ed Otto e Mezzo guidato dal “mezzo busto più bello della televisione italiana”, Lilli Gruber. Due persone diverse, due modi differenti di fare giornalismo, due stili opposti di conduzione, due mondi inconciliabili. Il motto della trasmissione deldebbiana è: tutti contro il clandestino, il diverso, l’ultimo, l’escluso, cavalcando l’onta politica del messaggio/non messaggio che alcuni politici non ci risparmiano di propinarci ogni santo giorno, facendo leva sulle paure degli italiani, sciorinando numeri di scippi, rapine, omicidi, guarda caso tutti commessi da immigrati irregolari, clandestini e profughi scappati dai centri di accoglienza. Il risultato è una trasmissione fatta di populismo,xenofobia da quattro soldi, discorsi nemmeno degni del “bar dello sport”. Sono 40’ di banalità fatti di ospiti in studio dei diversi schieramenti politici e da collegamenti dalle piazze con persone in difficoltà e gente arrabbiata che punta il dito e sbraita senza avere un vero e proprio nemico, che alla fine è sempre “il politico che mangia alle spalle degli italiani”. Il dibattito non ha una vera e propria cifra stilistica, non c’è la minima possibilità che si arrivi al “dunque” e che alla fine del supplizio, pardon, della messa in onda, si sia approdati ad una soluzione, o quantomeno alla parvenza di un’idea che non sia sovrastata da urla, chiacchiericcio inconsistente, con il padrone di casa che chiude i microfoni – manco fosse Maurizio Costanzo a Buona Domenica – e lascia parlare solo chi pare a lui. Non c’è spontaneità democratica, non c’è confronto, c’è solo un fiume in piena di insulti spropositato che dagli immigrati passa ai musulmani per finire con “prima gli italiani”. Una volta era “Prima il Nord”. Il celebre critico televisivo Aldo Grasso qualche tempo fa in un suo articolo sui talk li etichettò come: “una danza attorno al morto (il cadavere dell’idea). Servono a convertire i già convertiti e a indignare i già indignati”. Geniale! Dall’altra parte su La 7 la signora Gruber con uno stile pacato, gentile, educato, quasi una marziana, si stringe nel suo scudo fatto di competenza e concretezza, dimostrando di saper tenere ben salde le redini della trasmissione, senza sfociare nel cattivo gusto, nel superfluo, nell’ovvio. La discussione è serena, i toni sono appropriati all’orario, ricordiamo che a quell’ora ci sono sempre dei bambini davanti la tv, e cosa sorprendente al termine, complice anche il Punto di Paolo Pagliaro, si riesce quantomeno a trovare il bandolo della matassa. Un esempio emblematico. Qualche sera fa nel salotto di Lilli c’era ospite Eugenio Scalfari e si parlava di politica, etica, crisi dell’editoria, avvicendamento tra digitale e carta stampata, con incursioni nel tema religioso, bene, dall’altra parte c’era uno stuolo di politici che si accapigliavano rivendicando la paternità di un qualche provvedimento. Ovviamente la confusione era totale, anche perché la maggior parte di loro ha cambiato parecchi schieramenti politici e, alla fine, raccapezzarsi diventa proprio difficile.

Musica, torna la Regina Adele ed è subito record

Mercoledì, 04 Novembre 2015 11:44
Ci aveva fatto credere che sarebbe stato un ritorno senza colpi di scena. Ci aveva detto che avrebbe mantenuto un basso profilo e che nessuno si sarebbe accorto del suo ritorno, ma in cuor nostro sapevamo che non era così. Con una breve – e commovente – lettera postata sul suo profilo Facebook, la regina Adele è tornata e abbiamo subito capito che in questi quattro anni di assenza ci era mancato qualcosa. Ci era mancata un’artista solida, tenace, forte, capace di smuovere le corde del nostro animo con la sua voce angelica e potente allo stesso tempo, di scuoterci dal nostro torpore e di renderci consapevoli che, seppur una storia è finita, si può andare avanti, ma resterà sempre dentro di noi il rammarico per le cose che avremmo voluto dire ma che, invece, ci sono morte in gola. Il nuovo singolo “Hello” che fa da apripista al nuovo album “25” – in uscita il 20 novembre - è già un record superando, nella prima settimana, più di 1,11 milioni di download. E’ il disco della maturità, della crescita, della consapevolezza e del “voltare pagina”. Si percepisce un senso di sollievo nei testi e nel modo di cantare, non c’è la “tragica sottomissione” del suo precedente disco “21”, non si avverte la disperazione che c’era in “Someone like you” o in “Set fire to the rain” ma c’è la consapevolezza che qualcosa è cambiato, che è stato fatto un viaggio lungo e che si è giunti finalmente alla meta. Quattro anni fa all’apice della sua carriera, con la vittoria di un Oscar ricevuto per la miglior colonna sonora per il film di James Bond “Skyfall”, con 6 Grammy Awards (gli Oscar della musica) e un Golden Globe vinti e 30 milioni di copie vendute, Adele ha deciso di ritirarsi per dedicarsi agli affetti. In questo lungo periodo ha subito una trasformazione radicale, è dimagrita notevolmente – scelta fatta per una questione di salute – ha messo al mondo un bambino, Angelo, ed è serena accanto al suo compagno Simon Koneki. Non è più la ragazzina che voleva bruciare le tappe: «Quando avevo 7 anni avrei voluto averne 8. Quando avevo 8 anni avrei voluto averne 12. Quando ho compiuto 12 anni, avrei voluto averne 18. Poi ho smesso di voler essere più vecchia. Ora sto andando oltre i 16-24 ed è come se avessi passato la mia vita volando via, con il desiderio di essere da un’altra parte. Ho passato la mia vita desiderando di essere più vecchia, da qualche altra parte, di dimenticare o di ricordare. Ho desiderato di non aver rovinato le cose belle per noia o paura». In sua assenza si sono fatte strada le varie Miley Cirus, a suon di scandali, Taylor Swift, con i suoi occhi azzurri, Selena Gomez con la sua faccia d’angelo, ma mai nessuna che sapesse incantare con la voce, che fosse in grado di parlare così direttamente al cuore delle persone,che sapesse incarnare la ragazza della porta accanto e non una diva da copertina. «Ho deciso di essere quella che sono per sempre, senza portarmi in giro i vecchi ricordi. Mi manca tutto del mio passato ma solo perché non voglio tornare indietro. 25 parla di capire quello che sono diventata senza nemmeno rendermene conto. E mi dispiace se ci ho messo tanto tempo, ma nel frattempo c’è stata la vita». Scuse accettate.
È davvero un mistero perché la rete ammiraglia continui a perseverare nell’errore di trasmettere Ti lascio una canzone, in diretta il sabato sera intorno alle 21.20 condotto dal quel prodigio ai fornelli che porta il nome di Antonella Clerici. Ma cosa c’è che non va? Direte voi. Gli ascolti - seppur non ai livelli del competitor di canale 5 “Tu sì que vales” – sono più che dignitosi, il programma è una fucina di talenti, vedi il Volo o Andrea Faustini (XFactor UK), tutto sommato se non esci il sabato sera ti consente di trascorrere un paio di ore piacevoli davanti alla televisione; ed è proprio qui il vero problema. Se si trattassero di 2-3 ore potrei anche starci, in fondo il giorno dopo non si lavora, ma il problema è che guardare Ti lascio una canzone è davvero un impegno, se non un lavoro. Quattro ore di diretta che mettono a dura prova i giurati e la povera Antonella che, diciamocelo, non ha mai avuto il physique du role e si ritrova per le mani una trasmissione lunghissima che dopo la mezzanotte da “spettacolo giullaresco dove si esibiscono bambini/ fenomeni da baraccone” si trasforma addirittura in talent show con l’edizione Big dove gli ex ragazzini prodigio delle scorse edizioni, ormai grandi e completamente irriconoscibili, sono in gara tra di loro in manche dal ritmo serrato e all’ultima nota. E la conduttrice dimostra di non essere tagliata per fare il maestro di cerimonie nella nuova veste che il programma assume dopo aver messo i bambini a letto. Che bisogno c’era di un programma nel programma con il rischio che il povero telespettatore sia costretto a bere bicchieroni di caffè per vedere “come va a finire”? Non sarebbe stata più innovativo fare solo la versione Big? Una sorta di: “come sono diventati adesso”? E’ davvero troppo, si sfocia quasi, mi verrebbe da dire, nel sadismo. Ma mamma Rai sa mettere a dura prova il contribuente, ad esempio, mettendo in giuria Fabrizio Frizzi – un uomo che non ha mai una parola cattiva per nessuno - o la cantante Chiara che se non sviene dalle convulsioni mentre sta cercando di articolare un ingarbugliatissimo pensiero, è davvero un miracolo. E poi c’è la questione dei bambini in tv. Da anni vi è una guerra aperta tra la Rai e l’Aiart (Associazione di telespettatori di matrice cattolica) che accusa la rete nazionale di generare – attraverso queste gare all’ultimo sangue – false speranze nei ragazzi e nei loro genitori. Ora, non vogliamo entrare nella querelle, però almeno due cose bisogna dirle. Quando si appropinqua la mezzanotte e i minorenni non possono più stare – per legge – in televisione scatta (puntualmente) la solita, patetica, scenetta dei ragazzini che in tutta fretta vengono accompagnati fuori. Si potrebbe evitare chiudendo anche 10’ prima il televoto e decretando il vincitore ad un orario civile. Perché non lo si fa? Perché i bambini attirano il pubblico, mettono allegria, fanno colore e poi, perché privarci di questo tremendo siparietto. I ragazzini in gara sono bambini, reclutati dall’età della ragione fino ai 17 anni; come possono dei piccoli virgulti cantare di amori struggenti, di grandi passioni, di esperienze forti come se fossero dei consumati maestri di vita quando, in realtà, hanno solo 10 anni? La trasmissione si riduce poi alla fine dei conti ad un mero esercizio stilistico a chi ha la voce più potente o, in alcuni casi, a chi urla di più. Un bambino di 6-7 anni a quell’ora non dovrebbe già essere a letto da un pezzo? Nelle edizioni precedenti ad essere in gara erano direttamente i bambini – fattore altamente diseducativo- ora in gara sono le canzoni e l’escamotage mi sa tanto di: fatta la legge, trovato l’inganno.
“Chi fermerà la musica?” Recita così il refrain di un loro celebre brano, eppure i Pooh hanno deciso, a partire dal 31 dicembre 2016, di staccare la presa dall’amplificatore e di non cantare più insieme. Come tutti i grandi artisti che si rispettino hanno organizzato una dipartita in grande stile. Il 28 gennaio uscirà un album che raccoglie i loro più grandi successi, scelti direttamente dal pubblico. Un doppio picture disk con all’interno venti canzoni a tiratura limitata ri-arrangiate e cantate a cinque voci. Sì. Avete letto bene, a cinque voci. Per celebrare il loro mezzo secolo di musica, i tre superstiti: Roby Facchinetti, l’uomo dalle note infinite ed altissime, Dodi Battaglia e Red Canzian hanno deciso di alzare la cornetta e di chiamare Stefano D’Orazio (che aveva lasciato il gruppo sei anni fa) e il “figliol prodigo” Riccardo Fogli che mancava da ben 43 anni, da quando insomma decise di abbandonare i suoi amici e di intraprendere, su consiglio dell’allora fidanzata Patty Pravo, la carriera da solista. A posteriori, e visti i risultati, la signora Pravo avrebbe anche potuto farsi gli affari suoi. Riccardo ha detto subito di sì. Attendeva da tempo quella telefonata, ed ha confidato in un’intervista che «gli anni senza i Pooh sono stati difficili». Ma tutto è bene quel che finisce bene e adesso i cinque ragazzi della musica attendono i loro fans per 2 concerti evento: il 10 giugno allo stadio San Siro di Milano ed il 15 giugno allo stadio Olimpico di Roma. Due date per congedarsi dal loro pubblico e per ringraziarlo per averli sostenuti in questi cinquant’anni. Le celebrazioni di una delle band più longeve della storia della musica, con all’attivo 100 milioni di dischi venduti, una miriade di singoli in vetta alle classifiche e la consapevolezza di aver consegnato alle generazioni future capolavori come “Noi due nel mondo e nell’anima”, “Piccola Katy”, “Chi fermerà la musica”, “Tanta voglia di lei” e alcuni musical, sono già partite, accompagnate però da un solo un cruccio: quello di non aver tentato di sfondare nel mercato estero. Oltre il Bel Paese non hanno rischiato, e non perché avessero timore di un flop, ma perché hanno preferito “curare il loro orticello” come ha dichiarato Facchinetti – membro storico e padre fedele del gruppo – e poi le coincidenze fortuite hanno fatto il resto. Tutto è iniziato con una cover dello Spencer Travis Group, con quei ragazzi che somigliavano così tanto ai Beatles ma erano anche così diversi da loro. Hanno saputo, a differenza dei 4 ragazzi di Liverpool, forse mettere da parte le proprie individualità ed intemperanze e dedicarsi gli uni agli altri. Hanno prodotto anche album da solisti, ma hanno attribuito all’unione, allo stare insieme, al progetto Pooh, un valore superiore anche a loro stessi. Ed è per questo che tutto si concluderà nel 2016, ed intanto in radio fa capolino da qualche giorno la riproposizione di un loro classico “Pensiero” in chiave rock. Vedere quelle cinque giacche appese ad una rastrelliera, il capello canuto di Fogli ondeggiare mentre suona il basso, il volto sempre giovane di Facchinetti che si dimena alle tastiere, le mise aderenti di Battaglia e l’immancabile giacca rossa di Canzian: un po’ di tenerezza te la trasmettono. Ma non è pena, attenzione, è solo tenerezza. Non sono 5 signori che sparano gli ultimi colpi prima di avviarsi sul viale del tramonto, sono ancora forti, ancora attivi, ancora sul pezzo e ci dimostrano che si può rimanere grandi per sempre anche quando i riflettori si spengono.
Viaggio, avventura, spensieratezza,audacia, resistenza, forza d’animo ed un pizzico di follia. Questi e molti altri sono gli ingredienti che decretano il successo della nuova scoppiettante edizione di Pechino Express – Il nuovo mondo. L’adventure game dello zaino in spalla e della fatica estrema conduce 8 coppie di concorrenti in lungo e in largo per il continente più affascinate di sempre: l’America Latina. Un pellegrinaggio tra Ecuador, Perù e Brasile con tappa finale a Rio de Janeiro, raccontato sapientemente dall’uomo più ironico e frizzante che ci sia mai stato in Rai: Costantino della Gherardesca. Già apprezzato concorrente della prima edizione, più per la sua grande autoironia, che per le sue doti di atleta mostrate durante le prove oggi, il discendente del celeberrimo conte Ugolino, riesce a coinvolgere il telespettatore con il suo garbo, con la sua sagacia e con la battuta pronta che lo contraddistingue. Il buon Costa non si risparmia e si cimenta anche in prove ai limiti dell’umano. Nell’ultima puntata se l’è vista brutta facendosi scoppiettare il testa la “vaca loca”, simbolo di Cuenca; ed ha baciato una ecuadoregna dopo essersi spruzzato addosso del profumo terrificante. Stoico ed impavido è riuscito a non battere ciglio dinnanzi alla santona, un po’ invasata, Hermana Maria. Se si dovesse assegnare il premio personaggio dell’anno di Pechino Express il mio voto andrebbe alla mistica Made in Ecuador. Ogni lunedì sera viene dato al telespettatore il privilegio di godere, dal divano di casa, della vista di posti mozzafiato, di vivere avventure irripetibili e di tifare e soffrire con i protagonisti che, abbandonati per strada, raccattano passaggi come viaggiatori consumati e scroccano posti letto e cibo da collaudati parassiti. I Fratelli - Naike Rivelli e Andrea Fachinetti (figli di Ornella Muti), gli Illuminati - Yari Carrisi (figlio di Albano e Romina Power ) e Pico Rama (erede di Enrico Ruggeri), gli Antipodi (Pinna e il personal trainer Roberto Bertolini), gli Artisti (Paola Barale e Luca Tommassini), le Persiane (Fariba Teherani e la figlia Giulia Salemi), le Professoresse dell’Eredità di Carlo Conti (Laura Forgia e Eleonora Cortini), i Compagni (il cantante Scialpi e il marito Roberto Blasi) e gli Espatriati (il cantante partenopeo Pascal celebre in Kazakistan e Kang, il Bruce Lee nostrano, famoso in Cina) formano il cast di questa nuova edizione, a cui si sono aggiunti gli Stellati ( gli chef Philippe Leivelle e Ciccio Sultano). Tra tutto il trambusto dei viaggi e della gara c’è stato anche il momento dell’amore che ha letteralmente travolto l’esuberante Naike e lo spirituale Yari, protagonisti di un bacio rovente sull’autobus e di un “ti amo” urlato da lei mentre era in auto. Tutti ci stiamo chiedendo in questo momento cosa abbia mai fatto di male Albano nella sua vita precedente! Ma l’idillio ecuadoregno è già stato distrutto da Andrea che, nell’ultima puntata, ha sacrificato gli Illuminati in nome di quello che conta di più al mondo, il decolté della Forgia, che si è salvata insieme alla sua compagna di avventura. Questo reality ci consente di conoscere nuove culture, di affermare con tutta certezza che, almeno io, non mi sognerei mai di scalare il monte Chimborazo, che esistono lavoro massacranti pagati da fame – come raccogliere il ghiaccio fossile per 30 dollari a settimana- e scoprire che con quella miseria un uomo riesce a far sopravvivere se stesso e la sua famiglia. Sono le storie, le emozioni, l’ adrenalina, e la speranza che qualcuno dorma all’addiaccio almeno per una notte o che alle Persiane esploda il viso di plastica a non farci schiodare dal televisore. Se si è stanchi della solita tv, delle solite serie ritrite, delle stesse fiction che vanno avanti per secoli dove ogni puntata si chiude sempre con un’ecatombe – vedi l’Onore e il rispetto – seguite Pechino Express. Anche vederlo solo per un minuto vale i soldi spesi per il canone.
Carlo Conti asso piglia tutto. Il presentatore più “abbronzato” della televisione italiana colleziona un successo dopo l’altro ed interpreta alla grande l’ideale capitalistico del “lavorare a cottimo”. Dopo il successo del Festival di Sanremo - si pensa infatti già ad un Conti bis per la prossima stagione della manifestazione canterina più famosa d’Italia - dopo essersi riappropriato del suo ruolo di conduttore storico e stoico dell’Eredità, dopo aver impennato gli ascolti Rai, da sempre un po’ fiacchi, tranne che in pochi sporadici acuti, il Conti-calimero è ritornato con un nuovo varietà/feticista che punta tutto sulla capacità di 12 disperati, in cerca di risurrezione, talenti nostrani di riuscire a superare prove difficili e spingersi oltre i propri limiti e non ultimo sfidare lo spirito di sopportazione del telespettatore. Si può fare! torna sulle reti Rai dopo il successo dello scorso anno e riconferma il suo ottimo trend. Carlo, da gran furbo qual è, è capace di coniugare una conduzione vecchio stile con alcuni elementi innovativi (battute alla giusta occasione, protagonisti azzeccati e giuria compiacente), aggiungendo in Si può fare! un erotismo visivo dato da esibizioni volutamente spinte o al limite: la prova di escatologia della prima puntata ad esempio, o il recente topless della Rodriguez nella prova di burlesque. Il cast è un potpourri adatto per tutti i gusti: l’inossidabile Pamela Prati che a 57 anni suonati ha ancora un fisico mozzafiato, usando l’ironia e la bravura (non si è ancora capito bene in cosa) che la contraddistingue da anni, capace di dare lezioni di stile a sciacquette in erba come l’ex velina Costanza Caracciolo, la sempre sorridente ed anche un po’ stancante Juliana Moreira, e l’ex concorrente di Pechino Express Mariana Rodriguez, e Dio solo sa quanto non ci fosse bisogno in Italia di un’altra Rodriguez che non sa fare nulla in tv. L’ex tuffatore Vittorio Rinaldi, il bell’attore delle fiction Simon Grechi, l’ex ciclista Mario Cipollini, mai davvero simpatico - eppure l’accento toscano va tanto di moda e fa tanto ridere di questi tempi - il ruspante Biagio Izzo, il pallanuotista Amaurys Perez che ultimamente è dovunque tranne che in piscina, la bravissima Matilde Brandi, l’ex atleta Fiona May divenuta poi attrice che recentemente ha dichiarato di essersi molto stupita perché non recita più, forse non si è mai rivista nelle sue performance attoriali; e infine Roberto Ciufoli, ex Premiata Ditta. La trasmissione è carina, ma poco empatica e questo la rende il fanalino di coda dei successi di Conti. Non ci sono mai picchi e il varietà risulta monocorde, inconsistente e a tratti noioso. Alcuni sussulti provengono dalla giuria, dallo scambio di battute vivaci, la maggior parte delle quali a doppio senso, tra la musa di Dalì, Amanda Lear, e il Pippo Baudo nazionale, sempre smanioso di protagonismo e attaccato alla poltrona come una cozza allo scoglio, a coadiuvare e a dare un po’ di aplomb Yury Chechi “il signore degli anelli”. Insomma Si può fare! non è davvero nulla di che, ma nonostante questo il pubblico continua a premiarlo, forse perché non ha validi competitor, forse perché Conti ha ormai il suo zoccolo duro di pubblico, forse perché siamo talmente tanto abituati alla mediocrità che ormai viviamo bene sguazzandoci dentro e il solo pensiero di prendere in mano il telecomando e cambiare canale, quando siamo pacificamente in poltrona, ci provoca molto più terrore che non vedere un uomo appeso con una corda al soffitto dondolarsi e prodigarsi in acrobatiche pose. La Rai punta ancora su un tipo di varietà autoreferenziale che stuzzica una parte di pubblico, quella che ancora ama vedere i reality dove i vip si coprono di ridicolo pur di continuare a rimanere sulla giostra e fare un altro giro.
I Matsés vivono alla frontiera dell’Amazzonia incontattata: l’area di terra che sta a cavallo tra Perù e Brasile, dove abitano più tribù incontattate che in qualsiasi altra parte del pianeta. Nella loro terra ancestrale si trovano due lotti petroliferi. Il primo è all’interno di un’area dove vivono le tribù incontattate. La compagnia petrolifera canadese Pacific E&P aveva avviato le prospezioni petrolifere in questo lotto nel 2012, e ora è in procinto di riprendere i lavori. Le prospezioni petrolifere sono devastanti per le tribù incontattate. Sono i popoli più vulnerabili del pianeta e qualunque attività nelle loro terre accresce il rischio di un contatto indesiderato. La storia dimostra che le esplorazioni petrolifere possono spazzare via gli Indiani incontattati, che non hanno difese immunitarie verso le malattie portate dagli esterni. “Sono preoccupato perché quei gruppi isolati non sanno delle compagnie petrolifere”, ha dichiarato un Matsés durante l’incontro. Un altro lotto si trova nella terra su cui Matsés contattati si sono visti riconoscere i titoli di proprietà. Nel 2016, la Pacific E&P si è ritirata di fronte alla dura opposizione della tribù. Oggi gli indigeni stanno conducendo una campagna affinché la concessione sia cancellata definitivamente. “Non voglio che i miei figli siano distrutti dal petrolio e dalla guerra. Ecco perché ci stiamo difendendo… E perché noi Matsés ci siamo uniti. Le compagnie petrolifere… ci stanno insultando e noi non resteremo in silenzio mentre ci sfruttano nelle nostre terre ancestrali. Se necessario, moriremo nella guerra contro il petrolio" ha detto un altro Matsés. L’organizzazione locale indigena ORPIO sta portando il governo peruviano in tribunale affinché risponda dei rischi comportati dalle prospezioni petrolifere.

Operazione della Guardia di Finanza a Napoli

Venerdì, 08 Febbraio 2019 11:22
La Guardia di Finanza ha individuato 49 lavoratori in nero nel corso di controlli condotti a Napoli, Portici, Ischia e Capri. I controlli hanno interessato alberghi, panifici, meccanici o carrozzieri, ed imprese di diversi comparti. 49 lavoratori erano occupati "in nero", senza riconoscimenti ai fini pensionistici. In un "call center" di Napoli 17 dipendenti, tutte donne, non erano in regola con il contratto di lavoro. Ad Arzano (Napoli), un autolavaggio, oltre ad impiegare esclusivamente manodopera in nero, operava anche senza autorizzazioni ambientali. Nei confronti di altre 6 attività commerciali è stata avanzata la richiesta di sospensione. Per ciascun dipendente non regolarmente assunto, sarà irrogata la "maxisanzione" prevista dalla normativa di settore.
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