Nel cuore della brughiera inglese leggere era l’unico svago per la famiglia Brontë. Jane Austen interrompeva la lettura solo per fare lunghe passeggiate. Per Leopardi dedicarsi alla “sacra arte” era l’unico svago. La lettura ha accompagnato da sempre ognuno di noi e se alle volte le nostre madri ci rimproveravano urlandoci di tirare via il naso dai libri ora possiamo dirle che ci avevamo visto più lungo di loro. Sì, perché leggere allunga la vita. Secondo una ricerca scientifica promossa dalla Scuola di Pubblica Salute dell’Università di Yale, e pubblicata sulla rivista Science Direct, coloro i quali hanno l’abitudine alla lettura possiedono “significati vantaggi di sopravvivenza” a discapito di chi esercita sporadicamente questa attività. La longevità consisterebbe in circa due anni in più rispetto agli altri a patto che si legga almeno per 3 ore e mezza alla settimana. In dodici anni, sottoponendo ad analisi svariati campioni di persone, si è potuto registrare che gli aficionados alla lettura hanno ridotto il rischio di mortalità del 23%. La Scuola di Pubblica Saluta ha individuato nel book-lover il profilo di una donna, d’istruzione universitaria e benestante. Per migliorare la qualità della propria vita basta davvero poco soprattutto perché la sedentarietà, legata alla lettura, non inficia la nostra salute. "Chi ha dichiarato di leggere almeno 30 minuti a giornata ha un significativo vantaggio in termini di mortalità rispetto a chi non legge mai" ha dichiarato la leader del team di ricercatori, Becca R. Levy, professoressa di epidemiologia dell'Università di Yale. D’ora in poi non dovremmo più convivere con quel fastidioso senso di colpa che ci attanaglia nel fine settimana dedicato alla pigrizia più sfrenata. Adesso abbiamo anche la scienza dalla nostra. Perciò bando ai telefonini, ai tablet ed ai pc. Spegnete il televisore e correte in libreria o in edicola. Una nuova storia scalpita per essere letta.
Per DopoFiction la Rai ha tolto dalla naftalina lo storico terzetto del primo Don Matteo: Flavio Insinna, Natalie Guettà e Nino Frassica auspicando di portare sullo schermo un programma scanzonato dove fondere curiosità legate alla fiction, facendole pelo e contropelo, con l’intrattenimento. Ma si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e, complice lo stile incensatorio e fastidiosamente retorico di Insinna unito alla pochezza degli interventi della Guettà, quello che ne esce è un’inutile ora e mezza di adulatoria auto celebrazione, tutto a vantaggio di mamma Rai. Per carità, siamo tutti debitori a mamma Rai, visto il deserto sia a livello di sceneggiatura che di prestazioni attoriali offerto dalla concorrenza generalista, ma non per questo dobbiamo essere costretti a sentircelo ripetere come un mantra. Le interazioni tra conduttore e valletta sono pressoché sterili, le interviste ai simboli della fiction nostrana talmente tanto banali da far rimpiangere quelle della Toffanin a Verissimo, gag ritrite ed anche un filo stancanti: DopoFiction è l’ennesimo progetto senza sostanza dove a ridere sono solo le voci registrate in sottofondo. E Dio solo sa se si poteva fare di più. Molto di più. Magari scopiazzando l’ottimo prodotto trasmesso qualche tempo fa da Rai Premium e condotto da Monica Leofreddi. Meno dinamico, certo, ma molto più pregno. Unica nota positiva ovviamente l’immenso Frassica con il suo stile surreale sempre al limite del nonsense, con punte di genialità come l’intervista sfumata al direttore generale della Rai Campo dall’Orto, l’entrata delle sedioline, gli sfottò a Barbara D’Urso e la parodia a XFactor. Bagliori in un cielo costellato di nubi. L’apice lo si è raggiunto con la messa in onda dell’iconica lite tra Pappalardo e Zequila a Domenica In, momento indimenticabile di una tv trash che riempie sempre il cuore di gioia prima di augurarci la buona notte e spengere definitivamente sia la tv che Insinna.
Francesco Gabbani è il vincitore della 67a edizione del Festival di Sanremo con il brano “Occidentali’s Karma.” Secondo posto per Fiorella Mannoia con “Che sia benedetta” che si aggiudica anche il premio come miglior testo e quello “Lucio Dalla” della Sala Stampa. Ultimo gradino del podio per l’italo albanese Ermal Meta con il brano autobiografico “Vietato morire” nel quale racconta con precisione chirurgica episodi di violenza domestica portandosi a casa il Premio della Critica “Mia Martini.” Il duo Carlo Conti – Maria De Filippi ha confezionato il festival dei record, non solo per i dati d’ascolto pazzeschi che hanno fatto gongolare non poco i vertici Rai (nella serata conclusiva si è sfiorato il 60% di share) ma soprattutto perché sono stati definitivamente messi in cantina alcuni dei protocolli sanremesi considerati intoccabili. Uno su tutti: le scale. Maria, o dovremmo a giusto titolo definirla la Re Mida della televisione italiana, ha dissacrato le scale rifiutandosi di scenderle e accomodandocisi sopra come è solita fare in una sua trasmissione trash di successo. Ha inoltre sdoganato il sorriso finto del conduttore portando sul palco dell’Ariston se stessa, con la sua classe, la sua compostezza e il suo peso specifico urlante anche quando è rimasta in silenzio. Questo è stato senza alcun dubbio il suo festival. La consacrazione del suo stile di conduzione a sottrazione. Non più il presentatore onnipresente e onnisciente ma il gioco di squadra, la capacità di intuire quando intervenire e quando saper ascoltare – dote rara di questi tempi – il tutto condito dall’intelligenza sincera di Conti che ha messo in pratica una co-conduzione reale e non solo vaticinata. Dettaglio non da poco l’archiviazione dell’inutile defilé di abiti. Due cambi sono più che sufficienti. Maria non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno, è già iconica di per sé. A luci spente e ormai lontani dall’atmosfera frenetica di queste cinque interminabili serate, quello che rimarrà del terzo (ed ultimo) festival contiano sarà la classe innata di Tiziano Ferro nell’omaggiare un gigante della musica come Luigi Tenco, il duetto alla Paolo Limiti di Zucchero con il maestro Pavarotti, la pochezza degli interventi comici, Crozza ha mostrato qualche bagliore solo sabato sera materializzandosi sul palco per incarnare il senatore Razzi preferendo nelle serate precedenti collegarsi in video da chissà dove, l’assenza del maestro Vessicchio, in platea venerdì sera ed osannato come uno rockstar, gli Eroi di Rigopiano, i ragazzi peruviani ambasciatori Unicef che suonano con oggetti riciclati, le storie dei Giganti del quotidiano, lo stuolo riempitivo quanto orticante delle figlie di, nipoti di, fidanzate di presentatesi durante la parentesi Tutti cantano Sanremo e, ovviamente, le canzoni, belle o brutte che siano. Eliminati a sorpresa Albano, D’Alessio e Ron – è il gioco, ragazzi. Stateci! - il televoto ha premiato Gabbani, un giovane toscano dalla penna sopraffina che con “Occidentali’s Karma” ha saputo scimmiottare (non a casa utilizziamo questo termine vista la presenza dello scimmione danzerino al suo fianco) gli occidentali che, svuotati di ogni spiritualità e oramai alla deriva, ricercano nell’oriente la cura a tutti i loro mali, assorbendo una cultura che non gli appartiene e facendola propria solo perché “fa fico.” Ironia e leggerezza si sono shakerati in un cocktail che funziona e che si accinge a diventare un tormentone, con tanto di balletto. Per il prossimo anno Conti si è già chiamato fuori e non credo che rivedremo Maria nazionale nuovamente nella città dei fiori a meno che non le parta l’embolo e decida di sfidare nuovamente la sorte. In pole position per la conduzione si fanno insistenti i nomi di Paolo Bonolis e Fabio Fazio.

Paolo Bonolis come Giano bifronte

Lunedì, 16 Gennaio 2017 11:13
L’istrionico conduttore televisivo si mostra in forma smagliante nel nuovo programma di Canale Cinque Music dove porta in scena tutto il suo repertorio ridanciano offrendo tre ore di godibilissimo spettacolo con interviste ai grandi della musica dimostrando, ancora una volta, di essere uno straordinario mattatore. Gli ospiti sono chiamati a raccontare qual è la canzone della loro vita e che ha influenzato la loro musica. In forza a Mediaset già da parecchio tempo, e con un contratto prossimo alla scadenza, in questi anni Bonolis ci ha deliziati con programmi che spaziano dalla risata più pungente - vedi Avanti un altro - ad occasioni di riflessione profonda con il pregiatissimo seppur falcidiato dall’auditel, Il senso della vita. Ecco, proprio questa trasmissione presenta molti strascichi in Music: le confessioni a cuore aperto, le riflessioni, le sedute familiari e non necessariamente ingessate ricordano moltissimo la precedente esperienza televisiva. La scenografia è quella delle grandi occasioni unita ad una carrellata di ospiti che insinuano un tarlo giustificato, ovvero sia che Bonolis abbia voluto fare di Music un piccolo Sanremo. Ad ogni modo siamo lontani anni luce dalla kermesse che si svolge nella città dei fiori. Il clima è decisamente più disteso, informale, non c’è gara, non c’è giuria e sembra quasi un miracolo vista la virata che accomuna ogni trasmissione televisiva nel voler piazzare ovunque giudici che emettono sentenze. La battuta alternata alla citazione colta è la cifra dello stile Bonolis che lo rende un perfetto Giano bifronte. Uno stile ritenuto dai più cinico e sadico soprattutto nel perculare persone comuni elevandoli, per almeno una sera, a personaggi. Gli esilaranti e collaudatissimi siparietti non sense con il compagno di sempre, il maestro Luca Laurenti che si scopre e riscospre spalla eccellente. Il primo dei tre appuntamenti ci lascia impressa l’immagine del maestro Ezio Bosso, un esempio di tenacia, amore per la propria professione, portatore di un messaggio dirompente: non lamentiamoci per le piccole cose, tutto si supera. La vita vale sempre la pena di essere vissuta, anche e soprattutto nella malattia.
Appuntamento imperdibile per gli appassionati di musica d’autore, giovedì 15 marzo presso il Dome Club alle 21.30, a Castrovillari con il cantautore Maldestro, al secolo Antonio Prestieri, reduce dal Festival di Sanremo 2017 dove si è classificato secondo nella Categoria “Nuove Proposte”, vincendo il prestigioso premio della critica “Mia Martini” per il brano “Canzone per Federica”. Ha portato a casa, inoltre, il premio Lunezia, il premio Jannacci e già vincitore del premio Tenco. Classe 1985, napoletano, Maldestro è il simbolo della rinascita per chi proviene da un territorio martoriato come quello di Scampia e da una famiglia con un nome che pesa sulle spalle come un macigno. Il padre, Tommaso è un ex capoclan della camorra, ora in carcere, ed in seguito divenuto collaboratore di giustizia, mentre sua madre è diventata cieca subito dopo averlo messo al mondo. Nonostante questo ha saputo insegnargli il senso di giustizia - divorziò dal marito non appena scoprì i suoi legami con la malavita - e portò via Antonio e sua sorella da una realtà che li avrebbe fagocitati. Durante tutta la sua crescita personale ed artistica, Maldestro ha partecipato a numerose iniziative in favore della legalità nelle carceri minorili, nelle scuole medie, superiori e nelle università, spesso affiancato da nomi importanti della lotta contro le mafie: da Rosaria Capacchione a Don Luigi Merola. A ventotto anni, Maldestro avverte l’esigenza e la voglia di pubblicare alcune canzoni tra le quali “Sopra al tetto del comune” e “Dimmi come ti posso amare”, brani che gli faranno vincere tra il 2013 e il 2014 numerosi premi. Dal suo debutto nel 2013 ha tenuto oltre centocinquanta concerti partecipando tra l'altro a numerosi importanti festival, rassegne ed esibendosi in numerosi teatri importanti. Il 24 marzo ha pubblicato il suo 2° album “I Muri di Berlino”(Arealive/Warner), un viaggio nelle sfumature dei sentimenti umani. Il disco contiene oltre al brano “Canzone per Federica” anche “Abbi cura di te” presente nella colonna sonora del film di Massimiliano Bruno, “Beata Ignoranza”, con Alessandro Gassman e Marco Giallini uscito nelle sale cinematografiche lo scorso 23 febbraio. Maldestro è stato, inoltre, inserito nell'album del Club Tenco dedicato a Fabrizio De André, di prossima uscita. Il video di “Arrivederci allora”, quarto singolo estratto da “I Muri di Berlino” è stato realizzato con il contributo della Lucana Film Commission che ha conferito a Maldestro il premio “Soundies Award” per il miglior video. Maldestro tornerà in studio ad Aprile 2018 per registrare il suo terzo disco, ma prima un ultimo pugno di date, a marzo e aprile, un tour acustico che attraverserà l’Italia con il quale ha deciso di regalare ai propri fan una serie di concerti dove si esibirà da solo con la sua chitarra per recuperare quella dimensione intimistica del live più vicina ai suoi esordi. Uno spettacolo dove a farla da protagonista sarà la sua toccante poetica, in un rapporto più diretto col proprio pubblico. Un concerto in cui proporrà le sue canzoni già note, totalmente riarrangiate, oltre ad alcuni brani inediti. «Entro in studio per il terzo album ad aprile. Finalmente. Allora ero lì che pensavo, nei miei giorni di relax, dopo un tour con la band meraviglioso - ha dichiarato il cantautore - Ero lì che mettevo a posto due cose qui e là, e mi sono detto: passerà un bel po’ di tempo prima di riabbracciare il mio pubblico. Questo non mi piace, per niente. Allora ho deciso di mettere su un piccolo tour, da sud a nord, ritornare nelle città e stringervi, farlo forte. Questa volta però, lo voglio fare da solo, chitarra e voce, in posti piccoli, avervi alla distanza di una mano, per guardarsi diversamente. Ho voglia di regalarvi le mie canzoni nude, così, come nascono». Autore raffinato, dalla voce graffiante, Maldestro racconta, nelle sue canzoni e nei suoi spettacoli, l'amore, la rabbia, la speranza, il disagio e la disperata voglia di vivere di un giovane poeta dei nostri tempi senza rinunciare a un'ironia piena di vita, che è il cuore della sua musica.
Il Made in Calabria approda in Giappone grazie all’agrichef Enzo Barbieri, unico chef presente all’evento “Mostra Italia” ospitato nel prestigioso store multipiano e multifunzionale HarukasuKintetsu di Osaka. Dalla pasta imbottita agli involtini di maiale con cicoriette di campo, dalle crocchette di melanzane al tris di conserve in olio extravergine d’oliva prodotto dalla Bottega Barbieri, fino alla cicirata come dessert: è questa la proposta gastronomica presentata nel paese del Sol Levante. Quello calabrese è un patrimonio culinario mirato alla valorizzazione della materia prima, simbolo di biodiversità, che prende vita grazie alle sapienti mani di chef Barbieri.
Rocco Forte è un giovane e promettente regista, autore del documentario “Bogside Story”. Cresciuto in un ambiente sereno e stimolante, circondato dall’affetto della famiglia e dei nonni, Ricky (questo il tenero nomignolo con il quale viene chiamato) sente il richiamo del cinema fin dalla tenera età. «Si spengono le luci, il tenue bagliore del proiettore si diffonde nel buio della sala e il classico e discreto rumore della pellicola che scorre nel proiettore (a quel tempo c’era ancora la pellicola!) è l’ultima cosa che senti coscientemente prima che le immagini sullo schermo ti trasportino nella dimensione del sogno - ci racconta Forte - Fui così sopraffatto da quel rituale magico che avviene solo nel buio della sala cinematografica che alla fine della proiezione, uscendo dal Cinema Ciminelli di Castrovillari, dissi a me stesso: “Da grande farò il regista!”» Aveva appena visto “Jurassic Park” di Steven Spielberg (1993) insieme alla mamma. In seguito quel cinema divenne la sua seconda casa, insieme all’Atomic Cafè. Con il passare degli anni, la passione per la macchina da presa aumentò in maniera esponenziale anche grazie alla «professoressa Mariarita Lojelo», all’epoca insegnante di italiano alle scuole medie che influenzò notevolmente il suo percorso di studi e di interessi. Dopo la maturità scientifica, Forte si trasferisce a Roma per affinare i suoi studi presso l’Università di Roma Tre, iscrivendosi al DAMS. Ripercorrendo le tappe della sua vita, arriviamo ad oggi. Lo intervistiamo all’indomani dell’uscita della sua pellicola e dopo la partecipazione alla trasmissione Cinematografo di Gigi Marzullo su RaiUno. Da dove nasce l’idea di utilizzare la forma del documentario in “Bogside Story” e perché la scelta di raccontare la strage di Derry, Irlanda del Nord, del 30 gennaio 1972? Diciamo che come opera prima non ho scelto un tema proprio semplice. In “Bogside Story” non raccontiamo solo la strage di Derry ma raccontiamo i principali eventi che hanno caratterizzato il cosiddetto periodo dei “Troubles” e lo facciamo partendo dall’arte, da quei meravigliosi murales che decorano il Bogside di Derry realizzati da Tom e William Kelly e Kevin Hasson, meglio conosciuti come The Bogside Artists. L’idea di utilizzare la forma del documentario ha principalmente due ragioni, una legata ad aspetti tecnici e l’altra legata ai contenuti della storia, anzi delle storie. Fare cinema indipendente è molto difficile. Il documentario ti permette di abbattere o contenere alcuni costi del budget, soprattutto i costi sopra la linea se, come nel nostro caso, si è disposti a lavorare senza percepire compenso perché si è deciso di sposare una causa. Inoltre ti permette una troupe leggera pronta a filmare quei momenti inaspettati, non previsti, che il reale ti mette davanti all’occhio della telecamera. L’altra e più importante ragione è che non vedevo altra forma più adatta del documentario per raccontare una storia vera. Non ci sono artifici, non c’è fiction perché non avrebbe avuto alcun senso recitare o simulare. Non ci sono virtuosismi perché sono i murales, le persone che hanno vissuto gli eventi, le loro testimonianze, i loro volti ad emozionare lo spettatore. I murales realizzati dai The Bogside Artists lungo il quartiere omonimo, a maggioranza cattolica, hanno una grande forza evocativa. Il connubio cinema/arte si conferma ancora come il mezzo più incisivo per raccontare una storia? L’arte in generale è il mezzo più potente che si possa avere a disposizione se si vuole comunicare qualcosa suscitando delle emozioni, che è poi quello che è successo ammirando i murales nel Bogside. Tutto nasce da lì. Quando mi sono trovato al cospetto di questi giganteschi murales fui estremamente affascinato dalla loro bellezza estetica e dalla loro potenza evocativa da volerne sapere di più, scavare più a fondo. Così è nato Bogside Story, un documentario dove si parla anche di arte attraverso la street art dei Bogside Artists e la fotografia, di Fulvio Grimaldi, due arti devote a tramandare la memoria, che trovano la loro sintesi nell’arte cinematografica, la quale per sua stessa natura è il mezzo più incisivo per raccontare una storia in quanto stimola nello stesso momento più sensi nello spettatore grazie alle immagini in movimento, ai suoni e alle musiche, e questo facilita il coinvolgimento emotivo. Inoltre il cinema e gli audiovisivi potenzialmente possono raggiungere tutti gli angoli del mondo. La visibilità che ti consente il cinema ti permette di far conoscere una storia al maggior numero di persone possibile. Questo è stato sin dall’inizio l’intento di Bogside Story. I Bogside Artists, Father Edward Daly, il premio Nobel John Hume, Michelle Walker, Betty Walker, Linda Nash, The Bloody Irish Boys che firmano la musica e soprattutto Fulvio Grimaldi hanno regalato una loro testimonianza significativa. Quanto è stato emozionante dirigere Grimaldi che quei fatti li ha raccontati e fotografati 46 anni fa? Sono immensamente riconoscente a tutti i protagonisti che hai citato non solo per aver accettato di partecipare a questo progetto ma principalmente per la grande esperienza di vita e le emozioni che mi hanno regalato durante le riprese e anche nella loro quotidianità. I racconti, gli aneddoti, vivere con loro ci ha fatto diventare amici. Oltre questo Fulvio è stato anche un maestro dal quale rubare i trucchi del mestiere. Una persona squisita, disponibile e altamente professionale. Sono stato a Derry molte volte ma ripercorrere Rossville Street, il Free Derry Corner e tutti i 12 murales che compongono la People’s Gallery ha avuto un sapore diverso. Vedere Fulvio commuoversi davanti al monumento in memoria delle vittime del massacro del Bloody Sunday ha fatto commuovere anche me. «How long, how long must we sing this song?» cantavano gli U2 nel 1982 ricordando il Sunday Bloody Sunday. Ad oggi, si muore ancora per difendere i diritti civili? Sicuramente nelle zone più difficili del mondo, nelle aree di conflitto, si muore ancora per difendere i diritti civili ma di questo non si parla tanto e quando lo si fa, il più delle volte la narrazione mainstream è errata, superficiale, viziata. Per questo il cinema indipendente e in particolare la forma del documentario ricoprono un ruolo fondamentale in quanto hanno il coraggio di raccontare storie scomode. Oggi in Irlanda del Nord non si muore più per difendere i diritti civili ma si patiscono ancora le sofferenze scaturite da tre decenni di conflitto. Derry è sicuramente la città che ha pagato il dazio maggiore e la comunità Cattolica della città lotta instancabilmente da quasi mezzo secolo per ottenere giustizia. Nonostante questa pace apparente, questa convivenza forzata, sono molte le iniziative in cui le due comunità lavorano insieme all’insegna della solidarietà e della comunione ma si tratta di progetti che nascono dal basso, non c’è una concreta volontà politica di abbattere le divisioni e le forti disuguaglianze sociali tra la due comunità. Inoltre, oggi, come conseguenza della Brexit, si sente parlare addirittura di ripristino del confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord a dimostrazione del fatto che il conflitto nordirlandese sia ancora una questione aperta. La sua troupe di lavoro è composta per la maggior parte da ragazzi provenienti dall’hinterland cosentino, come mai questa volontà? È proprio così: Bogside Story rappresenta anche un piccolo orgoglio calabrese perché è stato realizzato interamente da professionalità calabresi che prima di essere colleghi sono amici. Pietro Laino è un ragazzo di Tortora che ho conosciuto all’università e con il quale ho lavorato nel corso degli anni e ho vissuto esperienze indimenticabili che ci hanno legato sul piano umano. Pietro con molti sacrifici e molto coraggio ha creato la Megapixell una casa di produzione indipendente che è ormai una realtà consolidata nel panorama romano. Pietro ha una preparazione e una conoscenza di tutti gli aspetti tecnici del mezzo cinematografico davvero invidiabile. Insieme abbiamo prodotto e realizzato Bogside Story con la collaborazione di Luca De Francesco, anche lui di Tortora, che ha curato l’audio di Bogside Story facendo un lavoro straordinario e last but not least di Francesco Abonante di Cosenza. Francesco è uno sceneggiatore eccezionale. La sua presenza è stata determinante per Bogside Story. In conclusione cito e ringrazio anche mia sorella Elena che ha realizzato la locandina del film. Quali sono i Maestri che l’hanno maggiormente affascinata e dai quali ha tratto ispirazione? Sono stato e sarò prima di tutto uno spettatore di cinema. Sono cresciuto con il cinema americano di genere apprezzando i registi della New Hollywood come Steven Spielberg, Martin Scorsese e in seguito entusiasmandomi per Quentin Tarantino, passando per i fratelli Cohen, fino a lasciarmi travolgere dall’onirismo esasperato del maestro David Lynch. L’università mi ha consentito di ampliare i miei orizzonti permettendomi di riscoprire i grandi Maestri del cinema italiano come Fellini, Rossellini, De Sica, Antonioni e di scoprire nuove cinematografie per me attraverso autori come Renoir, Bergman, Truffaut, Hithcock e tanti altri. Per quanto riguarda il documentario invece voglio citare il Maestro Vittorio De Seta dal quale ho attinto durante la preparazione di Bogside Story. I suoi prossimi progetti… La realizzazione di Bogside Story ha rappresentato per me la realizzazione di un sogno ma questo non mi ha affatto sentire appagato. Proprio in concomitanza dell’uscita di Bogside Story nelle sale sto lavorando al mio prossimo progetto che sarà nuovamente ambientato su di un’isola, solo che questa volta si trova nei mari del sud, e che vedrà come protagonista una donna che fugge da un terribile passato. Il resto lo saprete vedendo il film.
Castrovillari ha indossato ilsuo vestito più bello e si è fatta trovare pronta, venerdì 12 maggio, per accogliere la partenza della 7ma tappa della centesima edizione del Giro d’Italia.Intorno alle ore 11.50 i 191 ciclisti hanno sfilato lungo via Roma fino alla Madonna della Pietà, vero e proprio start della gara, che li ha condotti, nel tardo pomeriggio, a raggiungere Alberobello. Ben 224 km percorrendo la costa ionica alternando paesaggi montuosi a scenari marini, entrambi connotati da una struggente bellezza. E’ la terza volta che la cittadina del Pollino ospita il Giro: la prima nel lontano 1975 e la più recente (ben vent’anni fa) nel 1997, quando ad imporsi fu il russo Dimitri Konyshev. La Calabria ha ospitato, inoltre, 40 arrivi di tappa - il primo nel 1929 – e tra i vincitori di tappa più rappresentativi non possiamo non menzionare un fuoriclasse come Roger De Vlaeminck, oltre ai campioni del mondo di casa nostra Maurizio Fondriest e Paolo Bettini. La carovana del Giro, attiva già dalle ore 9.00 della mattinata di venerdì, ha intrattenuto ed entusiasmato le centinaia di persone intervenute per assistere a quello che può essere connotato come un vero e proprio“evento”. Gli stand dell’OpenVillage,posizionati lungo corso Garibaldi (adiacente al Palazzo di Città), hanno distribuito gadget e ospitato volti noti del mondo del ciclismo; mentre le varie strutture di supporto ai corridori e le diverse aree logistiche sono state dislocate in punti strategici della città per consentire la massima ergonomicità e funzionalità. A rendere speciale questa tappa castrovillarese è senza dubbio la concomitanza con la centesima edizione che glorifica uno sport longevo, basato sul sacrificio, sulla dedizione e sull’amore per la bici e una manifestazione radicata come nessun altra nel tessuto sociale italiano. La prima edizione fu nel 1909 fino ad arrivare ai giorni nostri, con due interruzioni: 1915- 1918 e 1941-1945, causa conflitti bellici. Il Giro100, partito il 5 maggio dalla Sardegna per concludersi il 28 maggio a Milano, vede come principali favoriti alla vittoria finale lo “squalo dello stretto” Vincenzo Nibali e il colombiano Nairo Quintana (già vincitore nel 2014, detentore della Vuelta e secondo al Tour de France 2015); tra gli outsider spiccano i britannici AdamYates eGeraintThomas, oltre all’olandese Bob Jungels (QuickStep Floors), che si è presentato in maglia rosa nella città del Pollino, dopo aver conquistato il primato sulle pendici dell’Etna. A rendere ancora più frizzante l’atmosfera è stata la presenza a sorpresa dell’attore americano Patrick Dempsey, testimonial di Tag Heuer - tra gli sponsor del Giro - e appassionato di sport e motori. Il dottor Stranamore di Grey’s Anatomy è salito sul palco del foglio-firma indossando una maglia rosa vintage e salutando la folla in visibilio con un caloroso: ″Ciao Italia″. Patrick si è detto felice di essere nel nostro paese ed ha aggiunto che: «sarà entusiasmante vivere questa esperienza alla partenza della tappa». In seguito, si è posizionato in testa al gruppo per dare il via alla competizione, evento unico negli ultimi anni del comprensorio e secondo, come portata,solo alla visita pastorale di Papa Francesco del 2014, che raccolse decine di migliaia di persone nella piana di Sibari.
Pagina 7 di 14