Diodato è il vincitore della 70esima edizione del Festival di Sanremo con il brano “Fai rumore”. Insieme a lui sul podio: Francesco Gabbani con la sua “Viceversa” e la rivelazione dei Pinguini Tattici Nucleari che hanno cantato “Ringo Star”. Premio della Critica “Mia Martini” al cantante pugliese che incassa anche il Premio Sala Stampa “Lucio Dalla”. Mentre, il Premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo - assegnato dalla Commissione Musicale” - va a Rancore con “Eden” scritta dal rapper romano in collaborazione con Dario Dardust Faini. Premio “Giancarlo Bigazzi” per il miglior arrangiamento alla bravura di Tosca che ha portato sul palco dell’Ariston un brano soave come “Ho amato tutto”, scritta per lei da Pietro Cantarelli. Invece il Premio Tim è stato vinto da Gabbani che ha cantato un pezzo diverso sia per sonorità che per testo da quell’Occidentali’s Karma che gli valse la vittoria nel 2017. Quello che ricorderemo più di ogni altra cosa di questo Festival, al di la degli ascolti stellari - ieri sera si è chiuso con il 60% di share - è lo show. Perché Sanremo, fatte salve le canzoni, è spettacolo, intrattenimento, polemiche aizzate prima, durante e dopo, mode lanciate, liti scoppiate dal nulla (vedi alla voce Fiorello/Ferro e Bugo/Morgan) e gaffe imbarazzanti: insomma è lo specchio del nostro Paese spalmato in cinque (lunghissime) serate. Un’occasione per sentirci popolo, solido e fiero come l’orgoglio che ci sale in petto quando sentiamo l’inno di Mameli suonato dalla Banda dei Carabinieri. Poche volte ci accade di accapigliarci su qualcosa di così nazionalpopolare che non sia il calcio. Il Festival dei record targato Amadeus ha potuto risplendere grazie a Fiorello. Lo show man italiano per eccellenza, l’uomo capace di farti sbellicare parlando dei problemi prostatici degli uomini, dando una sonora spallata al machismo che tanto imperversa ultimamente nel nostro bel Paese, colui che con la perenne allegria da capo comico del Villaggio Vacanze fa del cazzeggio la cifra stilistica della sua goliardia. Un’artista in grado di tenere il palco come nessuno, che entra nel bel mezzo dell’assurda lite in diretta tra Bugo e Morgan (dove quest’ultimo le canta all’ormai ex amico, tacciandolo di ingratitudine e di essere sostanzialmente un cantante mediocre) esternando quello che è il pensiero di tutti “Eleggiamo in vincitore stasera (venerdì) e andiamocene tutti a casa”. Tanto è stato d’impatto questo Festival 2020 che già i vertici Rai pensano ad un Amadeus/Fiorello bis. Tra i momenti flop di Sanremo70 mi piace ricordare, così per pure sadismo, il monologo nonsense di Diletta Leotta nel quale ha sottolineato come non debba essere una colpa nascere belle (davvero Diletta? L’hai detta davvero questa cosa?), pare di sì, ahinoi. La performance della cronista di Dazn diventa aberrante se la si coniuga al balletto trash con annessa “Ciuri Ciuri” cantata in playback sulle note di un pezzo di Eminem. Di tutt’altra caratura l’intervento della giornalista Rula Jebreal che ha toccato gli animi con il racconto della mamma vittima di violenze e in seguito morta suicida. Una lezione di umanità ed un inno contro la violenza sulle donne che difficilmente dimenticheremo. Come difficilmente dimenticheremo il bacio tra Tiziano Ferro e Fiorello a suggellare una giornata di incomprensioni, o gli omaggi del cantante di Latina ai grandi della musica italiana. È vero. Tiziano si è lasciato un po' prendere la mano e quando sei un artista di quel livello ti si perdona poco tutto, specie l’emotività, ma quanta emozione! Altro momento top, la presenza del giovane Paolo Palumbo affetto da Sla che ci ha regalato per voce dell’amico Christian Pintus la sua “Io sto con Paolo”. E infine il monologo di Roberto Benigni in versione “divulgatore scientifico” che ha deliziato il pubblico poco reattivo dell’Ariston e l’Italia tutta con l’esegesi e la lettura de “Il Cantico dei Cantici”. Troppo per la prima serata di RaiUno? Un po' deludente la mancata standing ovation se si pensa che la si è fatta per la Réunion dei Ricchi e Poveri. Menzione speciale per l’eleganza vocale di Tosca, il rap a mitraglia di Rancore, l’anima rock di Piero Pelù e la grazia di Elodie. Ulteriore menzione speciale per la kamikaze di questo Festival: Elettra Lamborghini e la sua inconsapevole esuberanza che rasenta, spesso e volentieri, l’inconsapevolezza di sé e dei suoi mezzi. Epico il suo twerking. Nessuno aveva mai osato tanto. Complimenti, Elettra! E complimenti anche ad Achille Lauro, in barba a coloro che storcono il naso di fronte a tanto eccesso. Siamo d’accordo, non ha molta voce e la canzone era deboluccia, ma Sanremo è anche spettacolo e quindi, grazie Achille per le tue tutine e i tuoi travestimenti. Se domani un ragazzino andrà a googlare il nome della Marchesa Casati per sapere chi lei sia, avrai vinto tutto!
Si prospettano tempi duri per i guidatori inclini alla velocità. Lo “Scout Speed”, posizionato direttamente sulle macchine delle Forze dell’Ordine, ha l’obiettivo di multare tutti colori i quali sfrecciano sulle nostre strade credendo di trovarsi sul circuito di Monza. Nato nel 2012 e diffusosi dapprima nell'area Centro Nord - il primo è stato testato a Rimini nell'ottobre del 2018, - la versione contemporanea del classico autovelox si sta diffondendo a macchia d’olio lungo il bel paese: l’ultimo, rilevato lungo la SS 106 che collega Basilicata e Calabria, in zona Villapiana (Cosenza), in Campania e in quasi tutta l’Italia centrale, per un complessivo di 38 postazioni mobili ed “invisibili”. Il rilevatore di velocità ha come particolarità quella di non essere posizionato su strada e di non aver bisogno di alcun cartello che ne segnali o certifichi la presenza, secondo quanto stabilito dalla Legge Minniti del 2017 che afferma la non applicabilità «dei dispositivi di rilevamento della velocità mobili (installati a bordo di veicoli) per la misura della velocità in modalità dinamica, vale a dire in movimento, in coerenza anche con quanto previsto dall'art. 3 del più volte richiamato DM 15 agosto 2007», riforma dell’allora ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Alessandro Bianchi. Dotato di una telecamera, di un radar che invia impulsi radio ai veicoli da sottoporre ad accertamento e di un illuminatore a infrarossi, lo “Scout Speed” si accerta, a 360 gradi e fino ad una velocità di 270 km/h, che tutti i mezzi in movimento, indipendentemente dal senso di marcia, rispettino il codice della strada. Inoltre, il sistema ad infrarossi gli consente di essere operativo h24, vale a dire anche nelle ore serali e notturne. Altresì, il collegamento con le relative banche dati dei ministeri delle Infrastrutture e dell’Interno permettono di rilevare la targa del veicolo, reo di aver compiuto un abuso, di controllare in tempo reale se l’auto in questione è regolarmente assicurata e sottoposta ai controlli di revisione previsti dalla legge e di evidenziare eventuali divieti di sosta. La ripresa frontale operata dal dispositivo garantisce l’anonimato dell’automobilista. Le multe sono salate: vanno da €40 fino a oltre 3 mila euro. La validità delle suddette è controversa. Alcuni sostengono che non lo siano, dal momento che il dispositivo dovrebbe essere sempre segnalato, ma come abbiamo potuto constatare la legge del 2017 stabilisce l’esatto opposto e il ministero delle Infrastrutture considera lo “Scout Speed” una sorta di eccezione alla regolamentazione del Codice della Strada. Le pattuglie della Polizia locale, infatti, sono postazioni in movimento per cui non sussiste la necessità di segnalare il dispositivo di rilevamento. Lo “Scout Speed” è sottoposto a controlli annuali per verificarne la taratura presso un laboratorio specializzato con relativa annotazione sul verbale, se questa non è presente l’eventuale ricorso da parte del conducente annulla, di fatto, la multa emessa. L’unico modo per scampare al temibile autovelox itinerante è rispettare le leggi della strada, essere in regola con i pagamenti e portare a controllare il nostro mezzo di trasporto. Dopotutto, se le norme esistono è bene che vengano rispettate.

L’importanza del profumo dei libri

Domenica, 10 Febbraio 2019 11:29
I booklovers lo sanno bene. Il profumo dei libri è qualcosa di inebriante, che crea dipendenza. Entrare in una libreria ed annusare centinaia di volumi disposti negli scaffali ed incolonnati per autore, casa editrice, anno di pubblicazione: è una medicina per l’anima. I libri, vecchi e nuovi, emanano una varietà di profumazione, frutto dei composti - tra cui la lignina che aiuta le fibre di cellulosa a concatenarsi insieme e anche responsabile dell’ingiallimento e del percorso finale dell’ossidazione e della degradazione del volume - con i quali vengono realizzati e che, nel corso del tempo, si volatilizzano, conferendo loro quella tipica fragranza: il classico profumo dei libri. Tuttavia, l’aroma dei libri è diverso. Per un’enciclopedia è necessario l’utilizzo di una carta specifica e una lavorazione tale da mantenerne nel tempo la stabilità e la consistenza; mentre, per una pubblicazione che avrà una vita più breve, vengono utilizzati composti con una minore concentrazione. Oggi vengono utilizzati procedimenti chimici per abbattere l’uso di lignina, amalgamando la cellulosa con le fibre di cotone naturale sottoposto ad idrolisi e ad altre lavorazioni al fine di fornirci un prodotto di alta qualità resistente nel tempo.
Fedele Temperini è il nome del soldato che salvò la vita ad un giovanissimo Ernest Hemingway, durante la I Guerra Mondiale. La trincea sull’argine del Piave, a Fossalta, dove il giovane della Croce Rossa si era recato per portare cioccolato e sigarette ai combattenti e per raccogliere cronache di guerra, venne colpita nella notte dell’8 luglio 1918 da un colpo di mortaio partito dalle linee austriache che dilaniò il corpo di un giovane militare che si trovava di fronte al giornalista, facendogli da scudo. Tuttavia, Ernest rimase gravemente ferito. Condotto nell’ospedale da campo e scongiurata la sventurata ipotesi del taglio della gamba, causa cancrena, Hemingway guarì e trasferì tutta la sua avventura in quel piccolo cimelio che è “Addio alle Armi”. Secondo il biografo James McGrath Morris, Fedele Temperini era originario di Montalcino e mai identificato prima d’ora. Lo stesso Hemingway non lo cita nel suo romanzo semi autobiografico forse perché, probabilmente, egli stesso non ne conosceva le generalità. In un libro uscito nel 2017, «The Ambulance Drivers: Hemingway, Dos Passos, and a Friendship Made and Lost in War», McGrath Morris ha raccontato l’esperienza e l’amicizia dei due giovani americani guidatori di ambulanze (e futuri scrittori) durante la Grande Guerra. In fondo al libro, ricorda il biografo, «avevo trascritto i nomi dei 18 soldati italiani che secondo i documenti ufficiali erano morti in battaglia nella notte in cui Hemingway fu ferito». Da quei diciotto nomi, «con l’aiuto dello storico Marino Perissinotto, siamo riusciti a individuare quello del giovane soldato che salvò la vita a Hemingway». Identificando i luoghi dove erano dislocati i reparti dei 18 soldati, la caccia si restringe a tre che sono caduti in quell’area l’8 luglio. Due appartenevano al 152° Reggimento di Fanteria della Brigata Sassari, che però si trovava a qualche distanza dal Piave. Il terzo invece era del 69° Reggimento della Brigata Ancona, che stazionava proprio sulla prima linea, a Fossalta, «nella zona dove si registrarono i combattimenti più duri». È questo terzo soldato caduto «il salvatore» di Hemingway, secondo la ricostruzione di McGrath Morris e Pessinotto: i registri dell’esercito riportano il nome di Fedele Temperini, di Montalcino, in Toscana. Aveva 26 anni, Fedele, uno dei 600 mila ragazzi che morirono facendo muro all’avanzata austriaca sulla linea del Piave. Il sacrificio di questo valoroso soldato ci ha permesso, oggi, di godere dei lavori di un appassionato cronista e di un pregevole scrittore come Hemingway, afflitto da una turbolenza interiore che lo spinse a viaggiare di continuo senza mai trovare pace, salvo che nella scrittura. Un uomo forte ma al contempo fragile. Ricco di contraddizioni e zone d’ombra, proprio quelle ombre che lo spinsero, un mattino del 2 luglio 1961, a togliersi la vita sparandosi un colpo di fucile.
“1984” il celebre romanzo di George Orwell e pietra miliare della letteratura distopica del Novecento compie 70 anni. All’indomani della fine della II Guerra Mondiale, il globo ci appare diviso in tre grandi continenti: Oceania, guidato dal Grande Fratello che ha le sembianze di Hitler e Stalin, l’Eurasia e l’Estasia. Tutti in guerra tra di loro e possessori della bomba atomica. In Oceania vi è un dissidente, Emmanuel Goldstein, identificabile nel russo oppositore Trotzkij, che vorrebbe sovvertire il potere e rendere gli uomini e le donne che vivono nel terrore finalmente liberi. Ma nulla può contro la martellante ed ossessiva propaganda messa in campo dal Grande Fratello che costringe i suoi “sudditi” a vivere costantemente con la radio accesa che trasmette ininterrottamente messaggi di propaganda filo governativa atta ad alienare e rendere fuorviante ogni possibile sentimento di dissenso. Il GF assicura felicità, gioia, zero problemi e a poco a poco toglie alle persone un pezzetto sempre più grande di libertà. L’allegoria è facilmente intuibile. Orwell, da sempre contrario ad ogni forma di oppressione e dittatura, lancia in “1984” una fortissima invettiva contro i totalitarismi, che siano di destra o di sinistra. In entrambi i casi sono pericolosi e nocivi. Conducono le folle all’adorazione facendo leva su sentimenti bassi, quali il rancore, l’odio verso l’altro, il risentimento. E le coscienze possono essere plasmate solo attraverso la perdita del senso critico e della capacità di avere un proprio pensiero trainante. L’insidia maggiore, infatti, risiede nella cultura. Per questo in Oceania tutto è positivo, a partire dalla “neo lingua” e dal “bispensiero”. Non esistono termini o aggettivi negativi nel nuovo linguaggio creato dal Grande Fratello e tutto è all’apparenza impeccabile. Lo scenario apocalittico teorizzato da Orwell è oggi diventato una realtà. Il livellamento del lessico diventa sempre più facile, semplice, colloquiale e mira a creare una società senza guizzi, senza slanci e dunque facilmente manipolabile da questa entità suprema che è incarnata dal Grande Fratello in 1984, e nella rete, ai giorni nostri, che fagocita i nostri pensieri e ci rende sottomessi e “gestibili”, al pari delle marionette.
Nel corso della settimana di Cucina Italia e Cinese svoltasi al Cairo, l’università di Salerno si è fatta promotrice principale dell’evento, evidenziando la strategica iniziativa commerciale della “Nuova Via della Seta” ed eleggendo il raviolo a denominatore comune delle due realtà culinarie. Lo chef Pietro Parisi, vesuviano doc e definitosi “cuoco contadino”, è tra i cinque cuochi italiani a lavorare in un ristorante panoramico sul Nilo. Nel corso delle serate del 27 e del 28 gennaio ha proposto un menu italiano con un’isola cinese dedicata ai “Jiao Tzi”, nome che in cinesi significa appunto ravioli. Un’esperienza sensoriale e gustativa che unisce Yin e Yang, due emisferi in continua e perenne trasfigurazione che si compenetrano e lasciano un’orma l’uno nell’altro.
Lo chef brasiliano, figlio di oriundi palestinesi ed ex dj, mente creativa del ristorante stellato di San Paolo, il D.O.M., è stato inserito da TIME Magazine tra le 100 personalità più influenti al mondo. Da anni ricerca materie prime negli angoli più remoti dell’Amazzonia e crea nuove esperienze gastronomiche. Dal tucupi ai pesci come il tambaqui fino alle formiche amazzoniche: ogni più strana forma commestibile viene trasformata in un grande piatto. Atala si è formato girando l’Europa, Italia compresa, ed ha appreso le tecniche più raffinate della cucina moderna. Contemporaneamente ha avviato un percorso di collaborazione e sostenibilità con le popolazioni indigene che ha portato alla nascita dell’ATA Institute, mostrando come la ricerca di nuovi sapori vada di pari passo con la tutela e la salvaguardia dell’ambiente che ci circonda.

Il fumetto Tintin compie 90 anni

Giovedì, 10 Gennaio 2019 17:10
Il celebre giornalista ed esploratore Tintin, nato dalla matita del belga Hergé, compie oggi 90 anni. Ricorre, infatti, il 10 gennaio 1929 la pubblicazione della sua prima avventura - Tintin nel Paese dei Soviet – sul giornale “Le Petit Vingtième”. Un successo editoriale enorme per Bruxelles e per il Belgio che verrà ricordato con mostre e nuove vignette, tutt’ora amato ed apprezzato in tutto il mondo. Un successo che ha ispirato un grande merchandising: come ad esempio i pupazzi che lo raffigurano da solo o in compagnia del cagnolino Milou. Un personaggio ancora attuale per la sua sete di conoscenza e voglia di viaggiare che lo ha portato in mete esotiche o fantastiche, come quando passeggiò sulla Luna nel 1953, ben 16 anni prima dell’astronauta Neil Armstrong.
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